La parola femminile e la sua svalutazione

Un incontro con la giudice Paola di Nicola per parlare della violenza di genere

“Il primo pregiudizio è che le donne che denunciano mentono o esagerano. La svalutazione della parola femminile ha una lunga storia, a partire dal diritto romano in cui non era ammessa in tribunale le testimonianze delle donne”. Con queste amare parole, Paola di Nicola, giudice del Tribunale penale di Roma, ha aperto sabato 25 maggio, nell’aula magna del dipartimento di Scienze giuridiche, l’incontro dedicato alla nascita di pregiudizi e di stereotipi sulle donne nell’aula di tribunale, su cui ha scritto il libro “La mia parola contro la sua”. L’evento, che rientra in Diffusioni, è stato organizzato in collaborazione con l’ateneo, l’Ordine degli Avvocati, Vega, Veronesi giuriste associate e il Comitato Unico di Garanzia, Cug, dell’ateneo scaligero.

L’aula di tribunale, ovvero il luogo in cui dovrebbe regnare la verità, non è neutra – ha sottolineato di Nicola – attraverso le parole della vittima, dell’imputato e dei testimoni, non solo avvengono per la secondo volta i fatti che hanno determinato la denuncia ma entrano anche gli stereotipi e pregiudizi ad essi correlati. Questi ultimi fanno parte della nostra formazione, provengono da un’educazione inconsapevole, in cui la tolleranza verso la violenza di genere prevale sull’importanza della denuncia. Allora, questo è il primo passo per combatterla: è necessario riconoscere e capire che siamo imbevuti di preconcetti che guidano la nostra azione”.

Un altro passo – ha aggiunto Cristina Iannamorelli, presidente del Cug – è lavorare sulle prossime generazioni per diffondere la cultura del rispetto e una sensibilità nuova. Non c’è più tempo per la violenza, di qualunque tipo essa sia. Per questo motivo, abbiamo portato, anche nel chiostro di Scienze giuridiche, in collaborazione con l’associazione Isolina e…, la mostra  “Com’eri  vestita?”. Il titolo è una domanda troppo spesso posta alle donne vittime di violenza che sottende una sfumatura accusatoria come a dire che, attraverso i propri vestiti, la donna se la sia cercata e insinua l’idea che con abiti diversi quella violenza poteva essere evitata”. La mostra resterà aperta fino al 31 maggio.