Mario Allegri

L'intervista al docente dell'ateneo che va in pensione dopo oltre 40 anni di insegnamento

Dopo oltre 40 anni passati tra ricerca e insegnamento, va in pensione Mario Allegri, professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Verona. Nato a Verona il 9 ottobre 1946, con la sua passione per lo studio e per la docenza ha affiancato importanti studiosi e accompagnato tanti studenti nel proprio percorso formativo e umano.

Laureato a Padova nel 1971, ha iniziato subito a lavorare in università chiamato come esercitatore di Letteratura da Cesare De Michelis, correlatore alla tesi di laurea portata a termine con Gilberto Lonardi. Fino al 1975 ha insegnato anche a scuola “della quale mantengo un ricordo incancellabile e dove ho capito che con l’insegnamento potevo anche farcela a non sfigurare troppo” come lui stesso racconta.  Ha pubblicato saggi su Paolo Paruta, Beppe Fenoglio, Goffredo Parise, Luigi Meneghello, Nievo, Ungaretti, Tommaseo, Marinetti, Futurismo e avanguardie. Per la Letteratura italiana Einaudi, diretta da Alberto Asor Rosa, ho curato le sezioni Venezia e Il Veneto (dal Cinquecento ai giorni nostri) e Il Trentino. Ha collaborato per la parte letteraria alla Storia del Trentino pubblicata in più volumi presso Il Mulino.

 

Professor Allegri, in oltre 40 anni di insegnamento, cosa conserverà del suo percorso professionale e umano?

Nei miei quarantatre anni di  insegnamento i ricordi più belli (e per fortuna sono tanti) sono legati quasi tutti agli studenti, che mi hanno sempre accolto con generosità ed affetto. Ne ho visto succedersi a lezione parecchie generazioni, ma sotto la superficie dei modi e dei gesti cambiati ho riscontrato sempre lo stesso tipo umano: un giovane bisognoso di dialogo e di un credito di fiducia da parte del docente, pronto ad accendersi di passione e di entusiasmo se capisce che chi ha davanti ce la sta mettendo tutta, limiti a parte, per non deluderlo. Insieme a loro si invecchia più lentamente e si può costruire il futuro, anche quel poco del nostro che rimane. Senza di loro me ne sarei andato molto prima.

 

Quale il ricordo più piacevole?

I ricordi più piacevoli sono legati alle lezioni che hanno visto più volte ospiti poeti, scrittori, personaggi dello spettacolo: in particolar modo, memorabili sono stati gli incontri con Paolo Conte e Giulio Einaudi, presenti a più riprese e sempre gratuitamente. Ma ricordo anche i messaggi che ancora arrivano a distanza di anni: “Sa quel ‘mattone’ di libro che mi aveva consigliato? L’ho letto e la ringrazio”. Oppure, “Cerco di insegnare come faceva lei”. Il più bello, e il più curioso: una lettera senza mittente, con un “Grazie, o capitano! mio capitano!, anche se mi ha bocciato”. Confesso che mi sono commosso.

 

Quale ricerca, tesi o pubblicazione le ha dato maggiore soddisfazione nella sua carriera?

Le tesi sono il momento più bello, quello di più stretto contatto con lo studente, con i suoi problemi, le sue attese, le sue paure per il dopo. Molte hanno fruttato alcune pubblicazioni su riviste importanti o sono state l’inizio di un percorso universitario. Capita sempre più spesso di intervenire non soltanto sulla scrittura, ma anche sulla vita privata del laureando, sulle sue tribolazioni personali. E magari finisce, come mi è già successo più volte, di ritrovarsi in municipio con una sciarpa tricolore addosso e sposarli!  Sul piano professionale, la lunga collaborazione e l’amicizia con Alberto Asor Rosa, Romano Luperini, Giorgio Cusatelli,  mi hanno gratificato molto e ancor più fatto crescere.

E ora professore?

Potevo rimanere altri tre anni, ma ho preferito chiudere prima, conservando ancora (lo spero) volontà di fare e lucidità mentale. La morte sul set non mi ha mai attirato, troppo melodrammatica per i miei gusti. E poi ammiro moltissimo gli elefanti, che sanno quando staccarsi con discrezione dal branco e chiudere prima che la decadenza li offra agli sguardi pietosi di chi rimane.

05/06/2014

Sara Mauroner