La povertà oggi, tra ricerca e cronaca

Intervista a Marina Garbellotti, ricercatrice di Storia moderna di ateneo

Professoressa Garbellotti nel suo ultimo libro “Per carità. Poveri e politiche assistenziali nell’Italia moderna” edito da Carocci nel 2013, con l’autorevolezza che contraddistingue lo storico parla di una folla che le fonti dell’età moderna collocano sotto l’unica etichetta di poveri. Anche alla luce della difficile congiuntura economica che attanaglia l’Europa e in particolare il nostro Paese chi sono oggi i poveri e come sono percepiti?

Definire i poveri è impresa assai complessa sia perché esistono varie tipologie di indigenti, ognuna delle quali ha bisogni specifici, sia perché ancora oggi non sempre riusciamo a rispondere alla domanda: quando una persona è povera? Tendenzialmente siamo portati a identificare l’indigenza con l’incapacità delle persone di soddisfare i bisogni primari, cioè di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza. Certamente esistono famiglie che versano in tali condizioni di povertà assoluta e che secondo i recenti dati Istat sono circa il 7%, una cifra già di per sé rilevante. Tuttavia, è molto più elevata la percentuale delle famiglie residenti in Italia considerate povere o a rischio di povertà, stimate attorno al 30%. Si tratta di persone, che pur avendo un’abitazione, un lavoro, vivono al di sotto dello standard di vita medio e in una simile situazione di vulnerabilità basta un cambiamento (la perdita del lavoro proprio o del coniuge, un accidente, una malattia importante), perché la loro condizione si aggravi ulteriormente. Per venire nello specifico alla domanda, spesso i poveri, quindi, sono persone che conosciamo, che frequentiamo, ma che non riconosciamo come tali perché nel nostro immaginario siamo portati ad associarli ai senzatetto che chiedono l’elemosina in strada. In realtà, molti indigenti, quelli che oggi sono definiti working poor, sono persone che possiedono un lavoro, ma percepiscono un reddito insufficiente ad assicurare loro i bisogni primari oppure sono persone che non riescono ad avere un rapporto continuo con il mondo del lavoro. Mi preme anche aggiungere che associare la povertà esclusivamente alla mancanza di beni materiali è una lettura riduttiva, occorre fare attenzione anche alle forme di indigenza non misurabili in termini economici; esiste una povertà che potremmo definire ‘immateriale’, dovuta all’assenza di relazioni sociali e istituzionali, che è altrettanto deprivante.

 

Spostandoci Verona, per evitare i bivacchi nel centro storico, il 22 aprile scorso il Comune ha emesso un'ordinanza che vieta la distribuzione da parte di chiunque, compresi i volontari delle Ronde umanitarie, di alimenti e bevande in queste aree di pregio. L'ordinanza resterà in vigore fino al 31 ottobre 2014. I media locali e nazionali hanno raccontato le posizioni dei cittadini divisi sull’ordinanza. Lei che ha indagato il sistema di funzionamento delle politiche assistenziali nel nostro Paese pensa che l’ordinanza veronese sia una strada possibile da percorrere per migliorare la situazione?

No, perché di fatto non risolve il problema della povertà, tenta di nasconderlo, e una società che non è in grado di confrontarsi con i propri problemi lascia perplessi. L’ordinanza è concepita in funzione dell’ordine, del decoro, e non tiene in alcuna considerazione le necessità di quanti si trovano in una situazione di grave deprivazione per ragioni per lo più indipendenti dalla loro volontà. Come già ricordato, le cifre sulla povertà nel nostro paese sono allarmanti, e per aggiungere un altro elemento concreto, vorrei ricordare un’indagine condotta qualche anno fa a Milano sui senza dimora, stimati attorno ai 4000 individui. I dati emersi inducono a riflettere sull’identità delle persone che vivono in strada o in alloggi di fortuna, e su quanto il rischio di diventare poveri sia, purtroppo, per molti soggetti un rischio reale. Da questa ricerca emerge che 4 persone su 5 prima di perdere la casa e finire in strada avevano un lavoro prevalentemente come operai, badanti e artigiani, ed è stata proprio la perdita del lavoro o il fallimento dell’attività in proprio l’evento scatenante, quello che li ha costretti in strada. Inoltre, quasi la metà di questi individui senza dimora svolgeva un lavoro saltuario, parecchi possiedono un diploma di istruzione secondaria, e in molti casi la condizione di senza tetto era temporanea, dovuta alla mancanza di alternative.  Tornando all’ordinanza, questa mi ha sorpresa anche per altri motivi. Essa non solo non mostra alcun riguardo nei confronti di persone che si trovano in uno stato di disagio economico e sociale, ma mi pare non accontentare nessuno: molti degli abitanti delle zone considerate dall’ordinanza non si sono espressi a favore della stessa; il provvedimento non ha tenuto in alcun conto l’opera svolta dalle Ronde umanitarie, quelle che più conoscono le storie e la situazione dei senza dimora. Sarebbe stato molto più saggio confrontarsi con l’esperienza delle Ronde, elaborare un piano di intervento e prevedere delle soluzioni alternative e propositive, mentre l’ordinanza si limita a interdire una pratica caritativa. Se si vuole risolvere il problema della mendicità occorre affrontarlo con misure serie, costruttive, e non eluderlo emanando ordinanze restrittive.

 

Povertà e poveri ieri e oggi. Esistono differenze e punti di continuità nell’approccio alla questione povertà da parte degli apparati dello Stato?

Rispetto al passato i tassi di povertà e le persone a rischio di povertà sono diminuiti e gli interventi pubblici, mi riferisco in generale al quadro nazionale, sono molto più numerosi e articolati. Tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga e lo dimostrano le percentuali degli individui poveri, comunque elevate, e la presenza considerevole di associazioni solidali, che indubbiamente svolgono un’opera ammirevole e indispensabile, spesso, però, esse si trovano a supplire alle carenze del sistema assistenziale pubblico. Mi piace ricordare che nel 2000, al vertice del Millennio, i 192 membri delle Nazioni Unite si sono prefissati di sconfiggere la povertà entro il 2015. È chiaro che si tratta di un programma di intenti più che fattivo, ma è importante che l’indigenza sia un problema riconosciuto e che non venga ignorato.

27.05.2014