La ricerca fattore chiave per la crescita e lo sviluppo della società

L'intervento del rettore Alessandro Mazzucco

La ricerca scientifica è la metodologia necessaria per accrescere  in modo documentato la conoscenza all'interno della scienza, usando metodi intersoggettivi e condivisi, e cioè basati sul metodo scientifico. Essa è unanimemente ritenuta uno dei fattori chiave per la crescitae lo sviluppo della società nel medio-lungo periodo, in virtù della sua capacità di fornire innovazione attraverso l'applicazione tecnologica e organizzata delle scoperte scientifiche. Malgrado ciò, ancor oggi troppo si specula sulla natura della ricerca, in particolare in un mai concluso dibattito tra ricercatori che tendono a privilegiare la ricerca di base, e gli imprenditori che chiedono e promuovono quella applicativa. Il tema è antico e ben un secolo fa John Dewey, analizzando razionalmente il problema dei rapporti tra scienza pura e scienza applicata, li sintetizzò così: 1) le conoscenze e le idee sono il risultato di un metodo che è stato seguito in modo intelligente dagli uomini che hanno interagito con l’ambiente; 2) la scienza in senso tecnico è una elaborazione formalizzata di operazioni quotidiane. 3) Il senso comune comprende sia atteggiamenti scientifici sia atteggiamenti non scientifici. Ne consegue che dal punto di vista procedurale e qualitativo nessuna diversità e nessuna gradazione di rilevanza può essere attribuita ai due ambiti di ricerca. E’ da questa consapevolezza che è nata la idea di istituzionalizzare in veste moderna la formazione alla ricerca avviando il percorso più avanzato nella formazione superiore, quella che si realizza attraverso la ricerca: il dottorato.

Il numero dei dottorati nei paesi cosiddetti sviluppati è aumentato del 40 percento a partire dal 1998, raggiungendo  il volume di 34.000 nel 2008. Così è avvenuto anche in Italia, seppure con l’abituale ritardo.  Si tratta evidentemente di una espansione  teoricamente  di enorme interesse che testimonia la crescita della scienza e del livello di educazione della popolazione.

Sarebbe peraltro solo autocelebrativo ed irresponsabile tacere il fatto evidente e da più parti denunciato che le conseguenze di questa tendenza diffusa a livello internazionale non sono prive di effetti negativi – legati in particolare alla incapacità del mondo del lavoro di assorbire  questa quantità di laureati super preparati – e alla insufficienza di  risorse finanziarie in grado di supportare il costo di tutti I programmi. Oltre ad altre criticità.

Mark C. Taylor, professore alla Columbia Universityha preso in esame , nel 2011 sulla rivista Naturequesto grave problema, diffuso ovunque seppur con aspetti diversi. Per esempio, il Giappone nel ’90 stabilì obiettivi formativi mirati al miglioramento delle sue risorse scientifiche e delle industrie tecnologiche . Ciò diede vita ad un incremento del 6.2% del numero annuale di PhD erogati, molti dei quali in realtà, non diedero adito ad una occupazione. La maggior parte delle compagnie preferiscono assumere  dei diplomati al college freschi che da essi stessi verranno addestrati sul campo e pagati sostanzialmente meno di quanto costerebbe un titolare di PhD.

Sul fronte opposto, la Cina, al primo posto per lo sviluppo mondiale sui PhD, con un contributo  aumentato del 40% in tutte le discipline a partire dal 1998, ha un problema speculare. Il sistema accademico in Cina non è stato in grado di far fronte al vasto flusso di studenti,  moltiplicatosi senza programmazione, è stato annichilito dalla massa. Il risultato è stato quello di tutori  non qualificati per addestrare gli studenti, una durata dei corsi  insufficiente e –  il peggiore dei risultati – tutti gli studenti, anche i meno capaci, comunque alla fine ottenevano il titolo. 

Anche in Egitto il numero dei dottorati è raddoppiato dal 1998, ma non vi sono risorse sufficienti a sostenere il sistema: non vi sono laboratori a sufficienza, attrezzature, materiali e cominciano a mancare anche i professori, disincentivati dai bassi salari, e quelli in servizio, sottopagati e sottoposti a carichi eccessivi per rispettare i programmi, spesso finiscono per scoraggiare gli studenti. La speranza qui sta nella ripresa dello sviluppo sociale ed economico del Medio Oriente che possa far ripartire il sistema, colmandone le carenze. Anche se naturalmente in questo momento il problema principale in quel Paese è quello politico, dal quale peraltro quello educativo non è disgiungibile.

Ho riportato non a caso questi tre esempi perché rappresentano il prototipo dei problemi che si cumulano nella maggior parte dei paesi occidentali e, in Italia, attualmente non sono affrontati per nulla: né nel loro complesso, né individualmente.  Si è iniziata anche qui la tendenza verso la situazione ormai consolidata di altri paesi occidentali in cui il sistema dottorale è malfunzionante e non sostenibile. In molti ambiti esso genera esclusivamente una illusoria aspettativa di futura realizzazione professionale  e quindi una crescente richiesta studentesca che induce l’accademia a rispondere realizzando se stessa piuttosto che gli studenti. La triste realtà è che ben poche posizioni sono oggi disponibili per persone che possono aver speso fino a 12 anni o più in percorsi di studi superiori.

E’ noto che il punto di forza della ricerca italiana è quella biomedica. Anche in questo caso, le posizioni accademiche sono ovunque diminuite di almeno il 10% e, malgrado si vada protestando una presunta scopertura del fabbisogno nazionale di medici, si sta dichiarando non più a lungo sostenibile la cieca moltiplicazione operata nel passato, che ha condotto ad una densità attuale di medici sul territorio nazionale pari a quasi il doppio della media europea. La necessità di contenere la spesa della sanità ha già posto un limite a questa spesa, così come avviene ovunque. Negli Stati Uniti l’anno scorso il NIH ha avviato un working group dedicato allo studio di strategie che consentano il mantenimento del numero tradizionale di ricercatori: i primi risultati di questo lavoro dicono che, se la politica di austerità rimane, la apertura a nuove offerte è utopistica. Di conseguenza bisogna seguire altri percorsi, tra i quali quello di riprogrammare al basso il numero delle borse di studio per dottorandi e delle borse post-dottorato, trasferendo piuttosto molte di queste attività in lauree magistrali. L’approccio al lavoro in ricerca deve essere ripensato allo scopo di trovare un nuovo equilibrio tra formazione e produttività.

E in Europa la situazione non è dissimile. La verità è che la massima parte dei modelli  di studio dottorale sono costruiti sull’antico modello disegnato dalle Università Europee nei secoli antichi, quando l’educazione consisteva in un processo di clonazione fondato sull’addestrare gli studenti alle conoscenze e professionalità del maestro. Il tempo è evoluto ed oggi i cloni sovrastano enormemente per numerosità i maestri. Le possibilità del mercato accademico sono ormai precluse, particolarmente in Italia dove il processo di turnover è da anni seriamente negativo; malgrado ciò, le Università non hanno modificato le proprie politiche per l’ammissione, in quanto il loro finanziamento è fondato sulla numerosità e, d’altra parte, hanno necessità assoluta di personale, anche interino, quali possono essere giusto gli studenti di dottorato, per dotare i laboratori e svolgere un lavoro di assistente. Purtroppo, quando il dottorando conclude il corso, il numero di posizioni aperte per lui si va restringendo, essendo tutte bloccate dai contratti a tempo indeterminato congelati dal blocco del turnover. E tanto più si è investito, tanto più grave e dolorosa è la delusione.

Le Università affrontano difficoltà crescenti di finanziamento, per il crollo degli investimenti pubblici là dove esso è interamente pubblico e per la impossibilità di rimborsare i mutui là dove è prevalentemente privato. Malgrado ciò, particolarmente in Italia, nessuna Università ha intrapreso la strada di abbandonare i programmi che non è in grado di sostenere, all’opposto, sono sorte rivendicazioni in direzione opposta. Il manifestarsi della attuale difficoltà potrebbe avere quindi un aspetto positivo:  rendere evidente la necessità, a fronte di una competizione per le risorse pubbliche o private comunque in decremento lineare, di rendere obbligata per le Università una seria rimodulazione dei propri modelli.

Vi sono due approcci ragionevoli: riformare i programmi in modo radicale o abolirne un certo numero.

  • Le necessarie  modifiche che si prospettano sono curricolari ed istituzionali.  Una considerazione difficilmente contestabile  è che un gran numero di percorsi dottorali non danno agli studenti una formazione utile a causa della eccessiva specializzazione, della frammentazione in curricula, con ciò rendendosi irrilevanti rispetto alle richieste ben diverse del mondo del lavoro e delle imprese. Nella grande maggioranza dei casi la sovraspecializzazione ha portato a costringere le aree di ricerca in ambiti tanto ristretti che essi di fatto suscitano l’interesse esclusivamente in coloro che lavorano nello spesso settore o subsettore o frazione di subsettore. E possono essere veramente pochi. Non è raro il caso in cui il dialogo tra ricercatori è faticoso anche all’interno dello stesso dipartimento ed è impossibile a livello interdipartimentale o interdisciplinare.

Se il livello dottorale di studi vuol essere mantenuto vitale, le Università debbono abbattere i valli che separano i diversi ambiti, fino ad ora gelosamente  protetti e custoditi, ed avviare programmi che alimentino ricerca e comunicazione interdisciplinare. L’esempio che è testimoniato dal nostro illustre ospite di oggi, cui dobbiamo gratitudine non solo per i suoi straordinari risutati scientifici, ma oggi anche per la sua attività parlamentare a difesa della sperimentazione, a difesa degli istituti di ricerca da intollerabili balzelli, mi riferisco alla professoressa Capua, è molto significativo. Da sempre le malattie infettive e in particolare quelle virali sono catalogate in due categorie, quelle umane e quelle animali, trascurando la ampia sovrapposizione e la unicità della biologia. Prenderne atto è controtendenza e suscitare critiche, ma necessario.

Si deve iniziare a disegnare curricula focalizzati su problemi reali. Purtroppo non ci si possono attendere cambiamenti di indirizzo significativi dai componenti del corpo docente: il corpo docente è consegnato troppo profondamente alla tradizione del modello in cui si è formato. Una riforma così profonda può solo venire dagli interlocutori interessati, studenti, amministratori, consiglieri, perfino dal mondo esterno che può e deve esercitare una spinta in questa necessaria direzione. Il prestigio di una istituzione non si misura sul suo isolamento, ma in ragione della quantità e qualità documentata  dei programmi dottorali dipartimentali, al suo interno, ma altrettanto e più nelle collaborazioni, che possono maggiormente consentire di raggiungere livelli quantitativi e qualitativi competitivi ed attraenti per investimenti da parte di settori privati, dai quali il sistema universitario può trarre sostegno.

  • La vera soluzione è quella di eliminare i corsi che sono ridondanti o inadeguati. Per facilitare il cambiamento è indispensabile uscire dalla esasperazione competitiva oggi alimentata da un sistema di rating invero pernicioso  e  in crescita progressiva, e sviluppare piuttosto strutture e procedure che promuovano la cooperazione. Deve spegnersi il concetto che le Università debbano avere tutte un dipartimento in ogni settore ed affermarsi il concetto invece dell’autofinanziamento dei progetti attraverso le collaborazioni, in ciò certamente facilitati dall’incredibile sviluppo dei mezzi di comunicazione. Un simile diverso approccio consentirebbe la condivisione di docenti, studenti e risorse, aumentando così l’offerta di qualità e quindi le opportunità educative. L’intera tradizione, troppo conservatrice, della educazione superiore richiede un aggiornamento a tutti i livelli, a cominciare dall’intoccabile principio accademico della lezione-conferenza; ma deve coinvolgere presto anche il livello più alto: la riforma del PhD. Da questo dipende il futuro dei giovani, cioè del nostro mondo.

Non ho disegnato una situazione così buia in una giornata che per voi deve essere felice per mero sadismo, al contrario. Voi siete arrivati in tempo al traguardo che vi eravate proposto e riuscirete a dare realizzazione alle vostre competenze. Anzi, come ho raccomandato ai vostri colleghi l’anno scorso, dovete farlo, non accontentandovi di qualsiasi occupazione, anche non corrispondente alla vostra professionalità. Diversamente da quanto vi è stato detto, avete il dovere di essere “choosy”, per rispetto nei confronti vostri e delle vostre famiglie. E se l’Italia non ricomincia  a mettersi nella posizione di offrirvi le occasioni giuste, signori, il mondo è grande ed attraente.  Non possiamo continuare su questa strada, i tempi per affrontare il problema sono ormai incalzanti. Questa è la seria motivazione di questo mio appello perché  voi che vi avviate a diventare classe dirigente di questo Paese, che sarete i nostri prossimi accademici, che rappresenterete il vertice del patrimonio intellettuale e scientifico italiano e -questa è la nostra speranza- i leader dello sviluppo culturale e produttivo, riflettiate sulla necessità urgente di avviare un serio percorso di riforma della realtà universitaria che non è più quella categoria di intoccabili dei secoli trascorsi, ma è un elemento intrinseco di una società che deve sentirne la insostituibilità del ruolo e del contributo.

A tutti i migliori auguri  con l’auspicio che il vostro impegno sia messo pienamente a frutto.

 

 Il Rettore

Alessandro Mazzucco