Paolo Puppa

La rassegna realizzata dal dipartimento di dipartimento di Filologia, letteratura e linguistica grazie al sostegno di Esu si presenta al pubblico,venerdì 27 aprile alle 18, al Piccolo Teatro di Giulietta

Al via Theaomai, Università Teatro Città. Venerdì 27 aprile, alle 18, al Piccolo Teatro di Giulietta, la rassegna teatrale realizzata dal dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Verona in collaborazione con l'Esu, l’ azienda regionale per il diritto allo studio universitario di Verona, si presenta al pubblico con una performance del drammaturgo Paolo Puppa.

L’appuntamento sarà l’occasione per illustrare il progetto, partito lo scorso 21 aprile con il laboratorio “La sentenza di Sibilla” condotto dall’attrice Paola Bigatto.

Spettacoli, incontri, conferenze, laboratori, giornate di studio. Sono davvero tante le proposte di Theáomai, progetto ricco d’iniziative nate per connettere e far interagire momenti di fruizione del teatro che normalmente sono vissuti separatamente: la visione di spettacoli e performance, la riflessione e l’approfondimento teorico e l’esperienza nei laboratori.

 

La rassegna

Theáomai nasce dalla collaborazione tra , un gruppo di docenti dell’Università di Verona, Simona Brunetti, Nicola Pasqualicchio, Paolo Scattolin e il giovane studente e attore veronese Matteo Spiazzi e l’Azienda del diritto allo studio universitario, uniti nell’intento di fornire nuovi strumenti di dialogo fra il teatro, gli studi teatrali e gli studenti dell’università attraverso una serie di appuntamenti ad ingresso gratuito e aperti a tutta la cittadinanza.Una proposta culturale che fino al prossimo autunno coinvolgerà teatri, associazioni culturali e artisti veronesi, per valorizzare il patrimonio artistico locale e promuovere la cultura teatrale nella città. I temi di ciascuna delle 5 sezioni in cui il progetto si articola – Teatro e poesia; Voci in performance; Una vicinissima lontananza; Teatri di figura; Parole per la scena, saranno dunque affrontati “a tutto tondo”, non solo guardando il teatro, ma anche pensandolo e facendolo.

 

La performance

In Poesia e prosa nella scena contemporaneailrecupero del dialetto fa emergere la sua sostanza in sé poetica.  Inteso come intarsio espressivo, esso rompe l’uniformità discorsiva,  il falso toscocentrismo da dizione accademica o la colloquialità nei copioni scritti degli anni Sessanta e Settanta. Con la sua performance Paolo Puppa condurrà il pubblico in un percorso attraverso la drammaturgia italiana novecentesca e nella tensione della battuta teatrale in direzione del verso. Nella propensione del dialogo verso il monologo sarà privilegiata la lingua notturno-dialettale incarnata nelle parole di Petrolini, Campanile, Curino, Calmieri e Zanzotto.

 

Paolo Puppa, note biografiche 

Ordinario di storia del teatro e dello spettacolo alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Venezia, Paolo Puppa collabora, in qualità di drammaturgo e di consulente, a mes­sinscene del repertorio classico e moderno. Tra le sue ultime pubblicazioni, La voce solitaria. Monologhi d'attore nella scena italiana tra vecchio e nuovo millennio, edizione Bulzoni 2010 e Parole di Giuda , Metauro 2007. Autore dei monologhi di Venire, a Venezia, edito da Bompiani nel 2002, ha scritto anche Vacanze, dedicato al mondo accademico, e una serie di monologhi legati alla tradizione biblica: Salomè, contro la guerra in Afganistan e Gerusalemme. Tre donne per un Dio solo, contro la guerra israeliana-palestinese. “Nella mia drammaturgia, una drammaturgia al plurale – spiega Puppa – ci sono anche commedie tradizionali con personaggi contemporanei. C’è un filone di drammaturgia alla seconda potenza, specialmente quella dei monologhi,  dove parto dal concetto che tutto è ormai stato detto ed è solo una questione di rielaborazione, come fosse una costruzione di scritti apocrifi. Quando scrivo un testo contemporaneo con personaggi di oggi faccio molta fatica ad introdurli perché devo trovare un sistema per raccontare il loro passato, la loro situazione. Viceversa, quando prendo dei personaggi celebri, posso evitare tutto questo lavoro di flashback, partendo dal fatto che c’è una condivisione di conoscenza tra me e la sala – un po’ come il teatro antico dove la tragedia prendeva sempre dei personaggi che erano già conosciuti. E poi cerco di realizzare quella metafora di Pasolini secondo cui il dialetto è morto, ma torna come lingua sporca: spesso i miei personaggi hanno un accento veneto che funziona da spiazzamento.”