Il 18 novembre la prima giornata del convegno “Le radici dei diritti” si è conclusa con grande successo e commozione

“La forza della democrazia sta soprattutto nella partecipazione dei cittadini, perché le istituzioni siamo noi.” Queste le parole di verità e speranza che il 18 novembre sono state pronunciate da Manlio Milani, dell'associazione familiari vittime di piazza della Loggia, nel corso della prima giornata del convegno “Le radici dei diritti”. L'aula magna del Polo Zanotto era affollata di giovani liceali, universitari e docenti che si sono commossi e indignati davanti alla storia, quella raccontata da chi è sopravvissuto alle stragi neofasciste che hanno terrorizzato l'Italia degli anni Sessanta e Settanta. Persone che hanno perso i propri familiari e che da quarant'anni lottano per ottenere la giustizia che ancora non hanno ottenuto. Milano, Brescia e Bologna sono state le città più colpite e quelle dei testimoni che hanno portato la verità nell'ateneo veronese per non dimenticare mai, per ricordare alle nuove generazioni che da sempre nel sangue degli italiani scorre il desiderio di resistere alla violenza, di sacrificarsi in favore di un mondo diverso, forse migliore.

Ricostruire l'Italia. Mimmo Franzinelli, della fondazione “Rossi-Salvemini” di Firenze, ha aperto il convegno spiegando in che modo l'Italia si sia rialzata dopo la seconda guerra mondiale e quali sono stati gli errori che ancora oggi siamo costretti a pagare. “Alla fine della guerra l'Italia era un paese in macerie – ha detto Franzinelli – ovunque c'era la necessità di ridare un senso alla propria esistenza. E così l'Italia si è ricostruita attraverso le difficoltà, si è aperta all'Europa cambiando economia e modi di vivere, perfino i valori non erano più gli stessi. Qualcosa però è andato storto, perché il fascismo non ha mai lasciato il paese. Giustizia non era stata fatta nonostante la caduta di Mussolini, e quella democrazia che avrebbe dovuto far rinascere il paese sotto una nuova luce, in realtà nascondeva segreti e vergogne che sarebbero stati svelati troppo tardi e che avrebbero portato l'Italia in un periodo di puro terrore”.

Le stragi di Milano, Brescia e Bologna. È stato Carlo Arnoldi, dell'associazione familiari vittime di piazza Fontana, il primo testimone che durante il convegno ha raccontato quello che è successo il 12 dicembre del '69, quando suo padre morì a causa dell'esplosione di una bomba nella sede della Banca nazionale dell'agricoltura di Milano. Diciassette persone persero la vita quel giorno e dopo quarantadue anni e più di trenta processi nessuno sa ancora chi sia stato il colpevole. “Quello che cerchiamo è giustizia e verità – ha detto Arnoldi – perché non è possibile che un simile caso di violenza diventi un fatto privato. Dobbiamo addirittura pagarci le spese processuali. Ci sentiamo abbandonati dal nostro paese ma noi non molleremo mai perché la verità va cercata continuamente in memoria dei nostri cari”. Il 28 maggio del '74 un'altra bomba esplode ed uccide. Questa volta a Brescia durante una manifestazione contro il terrorismo e le vittime sono otto innocenti. A parlare di questa strage è stato Manlio Milani che al convegno ha mostrato un breve film-documentario che raccoglieva le immagini dell'accaduto e le testimonianze dei familiari delle vittime. “La gente andava in piazza per difendere il diritto di potersi esprimere in libertà – ha spiegato Milani – e la bomba ha rotto questo processo di relazione. Non è un caso infatti che in quell'attentato siano stati uccisi cinque insegnanti. Per far si che il paese funzioni è necessario che il principio di verità sia il principio guida delle istituzioni”. Ha concluso il convegno l'intervento di Paolo Bolognesi, dell'associazione familiari vittime della strage alla stazione di Bologna. Il 2 agosto del 1980 una bomba ha ucciso ottantacinque civili e ne ha feriti più di duecento. Anche in questo caso nessun colpevole, nessun processo definitivo che abbia dato un po' di pace e giustizia a chi soffre di continuo per la perdita insensata dei propri cari. “Questa è stata la strage della disinformazione – ha spiegato Bolognesi – perché non sono mai stati fatti tutti gli accertamenti necessari per arrivare ad un colpevole e i depistaggi per coprire gli attentatori non sono ancora finiti! Noi chiediamo di abolire il segreto di Stato e che tutto venga messo a disposizione dei giudici. La memoria è importante ma ci vuole anche la conoscenza perché giustizia venga fatta”.

Le strategie della tensione. “Cosa c'è dietro queste bombe? C'è sempre un progetto per quanto scellerato possa essere”. Queste le dure parole di Franzinelli per cominciare a spiegare come sia possibile che simili stragi siano accadute. “Negli anni Sessanta la società italiana si dinamizza e i giovani si affermano. Cambiano i valori, cominciano le prime ribellioni e c'è una forte spinta rivoluzionaria. I gruppi neofascisti che infestano l'Italia in quel periodo hanno approfittato della situazione per spargere terrore e morte nella vita civile in vista di un fine superiore. Senza contare poi che vi erano dei rapporti molto stretti e intricati fra i neofascisti e i servizi segreti italiani. La verità su quelle stragi veniva allontanata con depistaggi e prove falsificate distruggendo qualsiasi pista su cui poter lavorare. La democrazia di quegli anni non è stata in grado di sostenere il paese perché la corruzione continuava a farsi strada in politica senza alcun freno. C'era una forte situazione di degrado da parte di chi avrebbe dovuto essere un modello. Le stragi si sono così trasformate in una questione privata portando i familiari a cercare giustizia da soli. Oggi dobbiamo guardare avanti senza mai dimenticare quello che è successo, dobbiamo avere fiducia e dobbiamo essere noi cittadini a forgiare il nostro futuro partecipando attivamente alla vita del paese”.