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Contributo di Silvana Malle, docente di Politica economica del dipartimento di Scienze Economiche

L’economia del post-11 settembre? Per quanto riguarda la crescita dell’economia mondiale, non mi pare, sulla base dei dati, che l’attacco terroristico alle Twin Towers abbia pesato negativamente. Certamente ha pesato nel breve periodo e per quanto riguarda gli Stati Uniti, più a lungo, sul bilancio federale per i maggiori costi della difesa. Però se guardiamo al lasso di tempo che intercorre tra il settembre 2001 e l’inizio della crisi finanziaria globale che inizia negli Usa nel 2007 e  si diffonde nell’economia internazionale nel 2008, questo periodo è stato caratterizzato da tassi di crescita sostenuti; da un buon andamento dei mercati finanziari ed anche dalla crescita dell’economia mondiale progressivamente trascinata dalle economie emergenti tra le quali per importanza contano l’economia cinese, russa, indiana, brasiliana e turca. Fare risalire la crisi attuale a dieci anni fa mi sembra sbagliato e fuorviante.

L’attacco terroristico alle Torri Gemelle è stato inatteso per forza di distruzione sono morte 2752 persone di cui circa 350 erano vigili del fuoco – e per la provenienza dei terroristi. Per gli Stati Uniti ha rappresentato l’azione più micidiale dopo Pearl Harbor nel dicembre del 1941. Come allora, gli Stati Uniti hanno deciso di entrare in guerra; una guerra contro il terrorismo, una guerra quindi difficile e con bersagli  imprecisi, ma sostenuta da tutto il popolo americano e da un sentimento diffuso di compartecipazione nel mondo occidentale. All’indomani dell’attacco, il noto giornale francese Le Monde, con un editoriale intitolato “Nous sommes tous Américains”, dichiarava esplicitamente che si trattava di un attentato alla nostra civiltà, al nostro modo di vivere, di pensare, e di agire. Un attacco alla libertà. Da molti questo attacco è stato interpretato come la manifestazione più sanguinaria dello scontro di civiltà descritto da Samuel Huntington,  prima, in un articolo del 1993 e, poi, in un libro diventato celebre nel 1996.

Dobbiamo ricordare che prima e dopo l’11/9 ci sono stati diversi attacchi terroristici in altri Paesi con centinaia di vittime: in Francia, in Kenya, in Indonesia, in Russia, in Inghilterra, ancora in Russia, in Marocco, in India. La maggior parte di questi attacchi sono attribuiti fanatici musulmani, la cui consistenza numerica, però, è incerta, e i cui scopi e ideali restano oscuri alla maggior parte, non solo di chi li subisce, ma anche della grande massa di famiglie musulmane  che vivono e operano pacificamente nei paesi di origine e in quelli di accoglienza.

Resta il fatto che il mondo musulmano cresce impetuosamente dal punto di vista demografico: dell’1,8% contro l’1,1% del resto del mondo. Tra 20 anni i musulmani saranno il 25% della popolazione mondiale. La maggior parte sono esseri pacifici,  vogliono svilupparsi e migliorare la condizione dei propri figli. Ma non tutti. Occorre prepararsi, da un lato, ad affrontare altri pericoli (in questo sono stati fatti progressi), e dall’altro, e con maggiore saggezza del passato da parte di ogni civiltà e di chi la rappresenta con autorevolezza, a convivere e rispettarsi reciprocamente.

Una conseguenza positiva, a me sembra, degli avvenimenti del Settembre 2001 è stato il ravvicinamento tra Stati Uniti e Federazione Russa che ancora deve tradursi in una politica di stretta collaborazione , ma che ha già dato alcuni frutti con la politica del “reset” condotta con convinzione dall’attuale Presidente americano. Con la maggiore cooperazione tra questi due grandi paesi, affrontare potenziali nemici comuni dovrebbe diventare meno problematico, mentre una maggiore condivisione della  necessità di creare nell’ambito di ciascun paese e alle proprie frontiere  un modus vivendi basato su valori di libertà e di rispetto reciproco sarebbe a vantaggio di tutti.

di Silvana Malle