Giovanni Storti, el trio "Aldo, Giovanni e Giacomo" insieme allo psicologo dello sport Pietro Stefano Trabucchi hanno parlato di resistenza nell'uomo moderno

“Una serata tra il serio e il faceto”, secondo le parole di Guido Fumagalli, ordinario di Farmacologia alla facoltà di Scienze Motorie, "per parlare della capacità di superare gli ostacoli e di raggiungere i propri obiettivi". Sono intervenuti Pietro Stefano Trabucchi, psicologo dello sport e autore di “Resisto dunque sono” che ha attratto il numeroso pubblico con il rigore e la chiarezza del suo intervento e Giovanni Storti, del noto trio comico Aldo Giovanni e Giacomo, che ha concluso la serata con uno sketch che ha coinvolto e divertito.

L'intervento di Trabucchi. “La facoltà di scienze motorie e il Centro maratona hanno partecipato ad un evento promosso dalla regione Valle d'Aosta. Si trattava della gara su sentiero più lunga e dura al mondo. Al momento del finanziamento – ha spiegato Trabucchi – l'Assessorato allo sport e alla sanità ha mostrato dei dubbi sulla fattibilità del progetto e scelto di commissionare uno studio sulla possibilità che questa gara fosse apribile a tutti e non riguardasse solo pochi fenomeni al mondo. Abbiamo quindi fatto un test e abbiamo scoperto che le persone hanno dentro di sé delle risorse molto vaste di cui normalmente non sospettiamo l'esistenza. Risorse che permettono a persone che non sono dei 'mostri della genetica', ma persone che si allenano, di compiere delle prestazioni fuori dalla normalità, intesa secondo il metro comune. Da dove vengono queste risorse?”.

Due specie a confronto. Per rispondere alla domanda, Trabucchi ha messo a confronto l'homo sapiens sapiens, sottospecie dell'homo sapiens, e l'uomo di Neanderthal. E si è chiesto “Sulla sopravvivenza di quale delle due specie avremmo scommesso? L'uomo neanderthaliano era fisicamente più prestante, più intelligente, astuto, furbo, capace di cacciare prede di grosse dimensioni tendendo trappole e coordinando grandi gruppi di cacciatori. Ma l'uomo di Neanderthal si è estinto a causa del mutare delle condizioni ambientali alla fine dell'ultima glaciazione. L'uomo sapiens sapiens cacciava in modo diverso – ha proseguito lo psicolgo – era in grado di sfinire la preda braccandola per ore. Oggi esiste ancora una tribù, i Boshimani, che caccia tra le 7 e le 9 ore continuative corse ad una velocità di sei minuti al chilometro. La caccia di persistenza – ha chiarito il relatore – ha modificato il nostro cervello, tenuto conto dell'impegno e della concentrazione necessarie per l'inseguimento di una preda. L'impegno prolungato, la concentrazione sono caratteristiche tutte umane".

Un problema di cultura. Trabucchi ha parlato anche di un aspetto culturale da tenere ben presente. “Nella nostra società l'impegno è trascurato a favore di altri costrutti come il talento. Tendiamo a spiegare le prestazioni di eccellenza in termini di possesso di capacità innate. Questo rischia di produrre negli esseri umani apatia e passività. In realtà qualsiasi prestazione di eccellenza passa attraverso l'impegno, unito a una volontà finalizzata al raggiungimento di un obiettivo. Impegno e persistenza stimolano il senso di competenza che produce piacere e divertimento”.