Stefano Rosso

I romanzi sulla guerra in Vietnam spiegati da Stefano Rosso, docente di Letteratura americana all'Università di Bergamo

La letteratura americana ha prodotto circa 3000 romanzi sulla guerra del Vietnam. Stefano Rosso, docente di Letteratura americana all'Università degli studi di Bergamo ha affrontato questo argomento in una lezione ospitata all'interno del corso di Lingue e letterature angloamericane di Roberto Cagliaro, docente della facoltà di Lingue e letterature straniere dell'ateneo . Rosso ha approfondito lo studio della raccolta di racconti di Tim O'Brien “The things they carried”.

Le peculiarità di O'Brien. “Tra tutti i libri che affrontano il tema della guerra del Vietnam – ha spiegato Rosso – quello di O'Brien presenta una serie di anomalie che, essendo rappresentative di ciò che l'America ha amato, hanno procurato all'autore molti premi e riconoscimenti. La prima grande anomalia è dovuta al fatto che O'Brien, quando ha preso parte alla guerra, con i suoi 22 anni era comparativamente vecchio rispetto agli altri soldati che avevano in media 17-18 anni”. L'intervento di Rosso è poi proseguito con l'analisi delle altre peculiarità, in particolare della rappresentazione che solitamente viene fatta dei nemici: “in genere i narratori della guerra del Vietnam non fanno vedere i nemici ma si concentrano soprattutto sul numero dei soldati americani uccisi, e sulle loro sofferenze”. I numeri parlano chiaro: oltre 58000 le vittime americane, ma si parla di più di 2 milioni di morti vietnamiti. “La sindrome da stress post traumatico ha colpito più di 700000 americani, molti dei quali hanno in seguito optato per il suicidio – ha sottolineato Rosso – mentre se ai vietnamiti veniva chiesto quanti soldati erano stati vittime di questo disturbo rispondevano che avevano altre cose di cui occuparsi, come milioni di persone a cui era stato amputato un braccio o una gamba e non c'erano ospedali dove ricoverarli”. Quando la letteratura si occupa di questi temi lo fa soprattutto con uno sguardo particolare alla propria sofferenza; O'Brien rappresenta un'anomalia perchè accanto alla tragedia dei soldati americani racconta le sofferenze dei vietnamiti.

Particolarità della guerra del Vietnam. Le differenze non riguardano solo la narrativa propria di questa guerra ma altrettante sono le divergenze con la prima e la seconda guerra mondiale. Un primo aspetto analizzato da Rosso è l'età dei soldati americani: mentre in Vietnam la guerra era stata combattuta da dei bambini, l'età media negli eserciti partiti per l'Europa era di circa 27 anni. “A quest'età un uomo è già sposato, ha dei figli e soprattutto ha una maturità e un senso di responsabilità che un ragazzo di 18 anni non può avere” ha spiegato il professore. In secondo luogo gioca un ruolo importante la vicinanza territoriale e culturale tra America e Europa: “Un soldato che va a combattere in Europa nella seconda guerra mondiale vede cose di cui ha sentito parlare e trova un clima molto simile a quello americano; in Vietnam il clima è totalmente diverso, così come sono totalmente diverse la lingua e la prossemica che spesso hanno causato l'impossibilità di decodificare atteggiamenti banali come quelli dell'espressione facciale”. L'ultima divergenza presa in considerazione da Rosso riguarda gli scrittori dei due tipi di guerra: “I narratori della guerra del Vietnam, a differenza di quelli del primo e del secondo conflitto mondiale o dello stesso O'Brien, in genere non sono degli scrittori che vanno in guerra ma sono innanzitutto dei testimoni che sono diventati scrittori solo in seguito perchè hanno sentito la necessità di raccontare un'esperienza che altri non avevano vissuto. Proprio per questo – ha spiegato Rosso – la maggior parte dei testi sulla guerra del Vietnam sono noiosi e molto simili tra loro e riportano soprattutto grandi elenchi di esperienze, di situazioni che sembrano delle fotografie. Attraverso le fotografie si possono certamente vedere cose che la parola non può mostrare, ma bisogna essere capaci di scattarle”. “Non importa dire esattamente la verità; – ha concluso – ciò che bisogna fare è dire la verità di quello che si è percepito e per farlo spesso bisogna mentire perchè il racconto non è come l'esperienza diretta ma ha bisogno in qualche modo di essere accelerato, vivificato, estremizzato”.