Ne abbiamo parlato con Giuseppe Favretto, ordinario di Organizzazione aziendale

Quant’è difficile tornare sul posto di lavoro dopo una bella vacanza o comunque un meritato periodo di riposo? Lo stress da rientro è argomento sempre molto dibattuto in questo periodo dell’anno. Il Professor Giuseppe Favretto, che già dalla fine degli anni Settanta e tra i primi in Italia – basti qui citare il testo del 1982 “Psicosomatica e psicopatologia del lavoro” –, si occupa di tematiche relative allo stress e ai disturbi in contesti quali quelli degli ambienti di lavoro, è intervenuto questa settimana durante il GR delle 12,30 di RadioDue per parlare del tema con la giornalista Maria Teresa Lamberti (a lato il podcast della trasmissione). Abbiamo così approfittato per fare qualche domanda in più al professore riguardo allo stress e ai disagi che ci accompagnano quando torniamo dalla nostra settimana (o settimane per i più fortunati …) al mare o in montagna.

Molte persone tornano dalle vacanze con disturbi di vario tipo: emicrania, mal di schiena, ansia e sofferenza. Professor Favretto, ma il ritorno al lavoro può far davvero così male?

In realtà i termini del discorso andrebbero radicalmente capovolti. Non è il lavoro in sé che fa male, ma è la rappresentazione del lavoro che può portare a tali conseguenze. E’ opportuno chiarire un attimo questo concetto. Spieghiamo meglio di cosa stiamo parlando. Definiamo lo stress. Si tratta di una risposta adattiva (Sindrome Generale di Adattamento) anticipatoria di tipo cognitivo ed emozionale al carattere di minaccia che assume un evento o una circostanza. Lo stress di per se stesso non è negativo, lo dice bene nel suo fondamentale libro “Stress without distress” del 1974 Hans Selye padre del modello. Sono previste, secondo Selye, due tipi di risposte: il cosiddetto distress disaddattivo e l’eustress che sfocia in comportamenti di mastering, cioè di dominio e controllo.

Meglio quindi non generalizzare troppo, come spesso invece ci capita di sentire su giornali e tv?

Ognuno di noi risponde in modo anticipatorio diverso alle sue rappresentazioni soggettive. E’ molto importante il modo con cui marchiamo emozionalmente il reclutamento delle risorse psichiche per affrontare una situazione di possibile stress. Mi si permetta una metafora. Ognuno di noi davanti ad una piscina che sappiamo essere piena d’acqua fredda risponde in maniera diversa. Tutti, però, nella nostra mente anticipiamo cognitivamente quello che succederà. A qualcuno l’acqua fredda può piacere, ad altri incute timore. Quando è il timore a prevalere, scattano quei pattern comportamentali definiti tecnicamente di “coping”. Tre quelli più conosciuti: fuga, attacco, evitamento. La fuga, non resisto all’idea e mi trovo un altro lavoro (se ce la faccio); attacco, ritorno al lavoro pieno di energia, ottimista e volenteroso di introdurre cambiamenti (ci penserà poi il lavoro stesso a ridurmi a più miti propositi), infine l’evitamento, mi metto in malattia o chiedo ferie per un’altra settimana. Tutti questi, sia chiaro, sono  comportamenti assolutamente normali.

Ma non c’è nessuno che ritorna al lavoro contento?

Certo che c’è. Qualcuno si butta in acqua e, forte dei precedenti successi lavorativi, corroborato dalle vacanze in grande tranquillità arriva dall’altra parte della piscina, pronto ad affrontare nuove vasche. Queste persone – e grazie al Cielo sono molte – si trovano bene nel loro ambiente di lavoro, soddisfatte del rapporto instaurato con le persone con cui collaborano, riescono ad essere efficienti ed efficaci, rispettano e sono rispettati. Purtroppo non tutti sono così fortunati. Dobbiamo poi distinguere tra coloro che in vacanza ci vanno perché vogliono (i vacanzieri), da quelli che invece in vacanza sono costretti ad andarci (quelli che definirei i “vacanzati”), cassaintegrati e altri soggetti che devono subire sulla loro pelle la flessibilità del lavoro. Sicuramente per quest’ultimi il ritorno dalle vacanze non potrà che essere carico di ansie (distress anticipatorio) e preoccupazioni.

Quali sono i sintomi principali di questa situazione?

Sicuramente la preoccupazione è un segnale importante. Ma di per sé stesso non è negativo, come detto è in parte fisiologico. E’ una preparazione mentale preventiva ad un evento che avverrà successivamente. E’ il pre-occuparsi senza la possibilità di occuparsi davvero (il nostro architettare soluzioni funamboliche ai problemi lavorativi) il nostro principale tarlo. Beati coloro che riescono ad occuparsi dei problemi. Vale il vecchio adagio: se un problema è un problema grave, perché preoccuparsi, aggiungendo preoccupazione ulteriore? E se non lo è, a maggior ragione, perché preoccuparsi?

Ma esiste qualche rimedio – oltre alle banalità che a volte si sentono in giro – rispetto a questa stato traumatico post-vacanziero?

L’importante è non allarmarsi eccessivamente al sorgere di alcuni di questi sintomi. Essere tesi ed emozionati in alcune circostanze non è affatto strano, anzi è del tutto normale. Ci sovviene la grande Sarah Bernhardt, sopranominata “la divina” e forse la più grande attrice del XIX secolo. La prima volta che salì sul palco all’apertura del sipario si mise candidamente a piangere e da ciò che mi risulta qualche anno più tardi riprese una collega più giovane che affermava di non sentire assolutamente nervosismo o agitazione nel recitare in pubblico, dicendole: “Quando sentirai emozione vorrà dire che sei diventata una vera attrice”.

di Christian Besemer

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