Il Nobel per la Pace in favore dei diritti umani, contro gli abusi di potere in Bielorussia, Russia e Ucraina.

Il commento da parte della Commissione Cooperazione allo Sviluppo internazionale di ateneo

Nell’anno che segna il tragico ritorno della guerra in Europa, ed esattamente dieci anni dopo che l’Unione europea aveva ottenuto il premio Nobel per la Pace “per aver contribuito alla pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa”, lo stesso riconoscimento va a protagonisti delle battaglie per la libertà contro i regimi russo e bielorusso per il comune “impegno in difesa dei diritti umani e del diritto di criticare il potere, di difesa dei fondamentali diritti dei cittadini e contro gli abusi di potere, per aver documentato crimini di guerra”. Con queste motivazioni l’Accademia svedese ha scelto di conferire il premio a tre soggetti, un attivista e due organizzazioni umanitarie.

Al bielorusso Ales Bialiatski, tuttora in carcere per evasione fiscale – un’accusa politicamente motivata secondo dissidenti e organizzazioni per i diritti umani per il suo lavoro con il Viasna Human Rights Centre of Belarus – va, tra gli altri, il riconoscimento della sua determinazione a essere testimone instancabile della lotta per i diritti civili.  Egli, infatti, “devoted his life to promoting democracy and peace development in his home country”.

Per i diritti umani, la democrazia e la solidarietà il premio è stato conferito anche al Center for Civil Liberties (CCL), fondato a Kiev nel 2007, prima organizzazione ucraina a ricevere un nobel. Tra gli scopi di questo Centro per le libertà civili vi è il suo importante lavoro sia a livello pubblico, a supporto dell’attivismo civico, sia come documentazione dei crimini di guerra.

Per quest’ultimo aspetto l’organizzazione umanitaria Memorial porta già nel suo nome uno dei suoi fini: lavorare sul passato come irrinunciabile azione di prevenzione delle forme di violenza per il futuro. L’ong Memorial, fondata in Russia nel 1987, in concomitanza con la caduta dell’Unione Sovietica, da Andrei Sacharov (premio Nobel per la Pace nel 1975) e da altri attivisti per i diritti umani, è una delle più rilevanti e autorevoli fonti di informazione sui crimini di guerra. La sede russa dell’organizzazione, che solo nel dicembre 2021 incorporava 50 ong russe e di altri 11 paesi europei, tra cui l’Italia, è stata chiusa il 5 aprile di quest’anno a seguito delle restrizioni del Cremlino alla libertà di espressione e alle attività delle organizzazioni non governative.

Questo triplice conferimento fa sicuramente riflettere per lo scacchiere geografico che rappresenta e per i significati che può generare, significati molteplici che si desidera ricondurre qui alla necessità e all’urgenza di lavorare, cooperando, per una cultura che ponga al centro la dignità umana, in pace e libertà.

Non è una novità nella storia di questo premio che all’assegnazione facciano seguito critiche e, di contro, plausi, tra questi ultimi quelli riportati anche sulle pagine social del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per cui i vincitori del premio “mostrano il vero potere della società civile nella lotta per la democrazia” e condividere il loro impegno significa “aiutare a rendere il mondo un posto più libero”.

Simile motivazione aveva espresso il Parlamento europeo nel 2020 nell’attribuire il Premio Sakharov per individui e gruppi che nel mondo difendono i diritti umani e le libertà fondamentali a Viatlana Tsikhanouskaya e Veranika Tsapkala in nome dell’opposizione democratica bielorussa. “Noi così come il mondo intero siamo pienamente consapevoli di quanto stia accadendo nel vostro paese. Vediamo il vostro coraggio. Il coraggio delle donne. Vediamo la sofferenza. Vediamo abusi indicibili. Vediamo la violenza. Vediamo la vostra aspirazione e determinazione a vivere in un paese democratico in libertà e tutto questo ci ispira. Vi sosteniamo nella vostra lotta” erano state allora le parole del presidente David Maria Sassoli.

Rispetto ai gravi attacchi nei confronti della comunità accademica bielorussa, quali violazioni dell’autonomia universitaria, l’uso eccessivo della forza e l’arresto di studenti e studiosi durante le manifestazioni nazionali per i risultati delle elezioni presidenziali del 2020 e in incursioni mirate, si sono espresse più volte nel corso degli ultimi due anni la rete Scholar At Risk International e la sezione italiana di Scholars At Risk (SAR Italia), a cui l’ateneo veronese aderisce, anche attraverso la firma, in accordo con la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui), di  una lettera di petizione indirizzata alla presidenza bielorussa in cui si è chiesto il rilascio immediato di studenti e docenti universitari, prigionieri politici, giornalisti e attivisti arrestati per aver esercitato i loro diritti alla libertà di espressione e di associazione, e la fine delle violenze nei confronti dei manifestanti.

Emanuela Gamberoni, referente del Rettore per la Cooperazione allo sviluppo internazionale,  Isolde Quadranti, referente SAR Italia per l’università di Verona,  Commissione Cooperazione allo Sviluppo internazionale di ateneo