Giornata della Memoria, Emanuele Filiberto chiede perdono: per me sono scuse senza senso

L'editoriale di Sergio Noto pubblicato sul Fatto quotidiano

Credo che anche nel Giorno della Memoria, ma soprattutto nel Giorno della Memoria, il primo sentimento che ci ispira dovrebbe essere quello di liberare un ricordo così importante e tragico dal peso delle ipocrisie e delle menzogne opportunistiche. Non certo le polemiche, non le discussioni inutili. Ma la ricerca della verità (per quanto possibile) e la sua affermazione, per onorare la Memoria e soprattutto per evitare il ripetersi di simili tragedie.

Non sta forse scritto che “la Verità vi rende liberi?” (Gv. 8, 32). La Memoria all’ombra della menzogna è una pessima pianta e cresce male, sicché – anche a proposito della tardiva e un po’ superficiale ammissione di colpa da parte del giovane erede dei Savoia – alcuni fatti andrebbero forse precisati.

In una dimensione storica il perdono, così come le scuse (così diffuse negli ultimi decenni), sono completamente inappropriate, fuori posto e pressoché di nessun significato. Non solo di fronte a un fatto personale, le scuse (sorry in inglese) sono nulla più che un gesto formale, un dispiacere proclamato pubblicamente, che peraltro non influisce affatto nella cancellazione e nemmeno nella diminuzione delle colpe del passato. Vale per Emanuele Filiberto, vale per i Pontefici, vale per i Presidenti di Usa, Australia o Germania (i sovietici se ne guardano bene) per le complicità o i silenzi dei loro predecessori di fronte ai genocidi del passato.

Le colpe non si cancellano: almeno su questa terra, restano in ogni caso, scusarsi e pensare di aver chiuso la pratica è troppo facile. Di fronte alla irreversibilità del Male, l’unica scelta praticabile da parte di chi sente la necessità di ricordare le colpe dei propri predecessori e assumersene la responsabilità è quella di provare vera, profonda vergogna e sofferenza autentica. E dimostrarlo concretamente, cercando di impedire che nuovi delitti si verifichino, perché non vale seppellire le tragedie dell’esistenza umana sotto una cascata zuccherosa di parole.

Da questo punto di vista, la tradizionale dottrina cattolica del pentimento è esemplare oltre che chiarissima. Il pentimento vale solo nel momento in cui c’è il disprezzo, meglio l’odio, per il proprio peccato, non è una passeggiata, una lavatina di panni sporchi e avanti. Il pentimento è un dolore non inferiore a quello che abbiamo inferto facendo del male agli altri (Sant’Agostino). Si odia il peccato (non il peccatore) e quindi ci si converte (metànoia), cioè si cambia radicalmente vita. Gli atti formali sono inutili, forse dannosi, se non accompagnati da fatti concreti: come, ad esempio, la restituzione dei beni alle vittime e la punizione dei colpevoli.

Invece a parte qualche fesso che pagò per tutti, nell’Italia del dopoguerra, anche quanti ebbero ruoli importanti nel fascismo, chi costruì alla luce della dittatura le proprie fortune o le proprie carriere, tutti coloro che in varia forma parteciparono e non si opposero alla violenza del regime mantennero intatte le proprie posizioni nell’Italia del dopoguerra, come ormai un’ampia pubblicistica ha confermato. Pochi si opposero alle odiose leggi razziali del ’38 e tra quei pochi la gran parte lo fece timidamente. Troppi furono quanti si voltarono dall’altra parte davanti alle tragedie delle persecuzioni ebraiche e per questo non furono meno colpevoli dei carnefici.

Per quanto riguarda le colpe dei Savoia è fuori dubbio che nei fatti il fascismo aveva svuotato la monarchia, che aveva ceduto improvvidamente le sue prerogative. La componente violenta del fascismo, il consenso generalizzato del popolo, la debolezza personale del sovrano determinarono questo e altri sfracelli. Peraltro, questo non dovrebbe sorprenderci, in un paese e in uno stato come l’Italia, dove ieri e oggi sembra sempre aver ragione (cioè ottenere il consenso della maggioranza) chi picchia più forte, chi urla di più, chi prevarica i diritti altrui, con il consenso silenzioso e interessato delle maggioranze.

Pertanto, le scuse dell’erede al trono non servono, ma men che meno sentiamo il bisogno dei giudizi di quanti oggi condannano recisamente i Savoia, come se le colpe fossero sempre e solo degli “altri”. I discendenti di Umberto Biancamano certamente commisero molti errori, ebbero molte colpe, ma a mio parere qualche merito e non da poco va ascritto a loro favore. Colpevole alla pari di molti altri, i Savoia – questa famiglia nobile di signori, montanari, bigotti e francofili – scelsero, unica tra le casate italiane, di farsi carico in un preciso momento storico dell’incapacità degli italiani di costruire uno stato unitario e mise in gioco il proprio onore, le proprie sostanze al servizio di un’idea e di una realtà che ancor oggi è una delle poche cose che possono darci speranze e futuro.

Per questi e molti altri motivi non ha senso accanirsi oggi sul giovane (poco regale in verità) Emanuele Filiberto. Il suo pentimento non vale né più né meno di quello degli altri. Cioè nulla.

Editoriale di Sergio Noto, docente di Storia economica nel dipartimento di Scienze economiche, pubblicato sul Fatto quotidiano