La storia appassionante di una nazione incompiuta

L'editoriale di Olivia Guaraldo sulla cerimonia di giuramento del presidente degli Stati Uniti Joe Biden

” …A nation that isn’t broken, but simply unfinished” – “una nazione che non si è spezzata, ma che è semplicemente incompiuta.” Queste parole, pronunciate con intensità e passione dalla giovane poeta Amanda Gorman alla cerimonia di giuramento del 46° presidente degli Stati Uniti d’America, riassumono lo spirito della democrazia americana. Uno spirito che noi europei spesso fatichiamo a comprendere, più infastiditi dalla retorica con cui si esprime che ricettivi rispetto ai principi e alle promesse che afferma.

La poesia di Amanda Gorman, The Hill We Climb, scritta la notte dopo l’assalto al Campidoglio da parte della folla incattivita dei sostenitori di Donald Trump, condensa nei suoi versi – ricchi di allitterazioni, giochi di parole i cui suoni si assomigliano, ma i cui significati stridono – molti dei simboli a cui la democrazia americana si ispira.

A partire dalla collina, ‘the hill’, del titolo: i primi colonizzatori delle coste atlantiche del Nord America – i cosiddetti Pilgrim Fathers – lasciarono l’Inghilterra nel settembre del 1620 a bordo di una piccola nave poco sicura, la Mayflower, con lo scopo di fondare nel Nuovo Mondo una nuova Gerusalemme in cui fosse possibile stabilire principi di governo giusti perché ispirati agli insegnamenti di Dio e delle Scritture. John Winthrop, una delle figure più significative della prima colonizzazione puritana del Massachusetts, prima di imbarcarsi per il Nuovo Mondo pronunciò un sermone in cui citava proprio la “city upon a hill”, la città sulla collina evocata nel Discorso della Montagna del Vangelo di Matteo (Mt. 5:14), quale simbolo della nuova impresa. Lontani dalla corruzione e dalle ingiustizie del Vecchio Continente, i Puritani si imbarcavano per iniziare qualcosa di nuovo altrove, animati da un fervore religioso che si nutriva già da subito di una volontà politica: la città sulla collina sarebbe stato il luogo di ricerca di quella perfezione religiosa che per i Puritani non poteva andare slegata da un’organizzazione politica del tutto nuova.

L’eredità puritana degli Stati Uniti d’America è spesso stata travisata, confusa con il moralismo e il conformismo di una opinione pubblica ossessionata da quelli che noi europei consideriamo peccati minori (adulterio, condotta sessuale, menzogna). Già Nathaniel Hawthorne nel XIX secolo metteva in evidenza i lati oscuri, violenti, crudeli persino, della morale puritana nel suo celebre The Scarlet Letter. Abbiamo visto come il caso Lewinski – da noi considerato una semplice scappatella – abbia scosso la presidenza Clinton fino a trascinarla alla soglia della procedura di impeachment. Eppure il progetto puritano, al di là delle rigidità moralistiche, si conserva nello spirito della democrazia americana, ancora oggi. Innanzitutto l’idea che il governo debba essere basato su un accordo, su un patto fra governanti e governati, che i governati obbediscano a leggi a cui hanno dato il loro consenso – e che quindi il governo sia essenzialmente ‘self-government,’ autogoverno, parola che ricorre spesso nei discorsi pubblici dei politici americani, quasi mai nei discorsi dei nostri politici – è qualcosa che i puritani non inventano ma per primi mettono in pratica. Sulla Mayflower infatti i Pilgrim Fathers siglarono tra loro e gli altri passeggeri della nave un patto, il cosiddetto Mayflower Compact, in cui si promettevano reciprocamente sostegno e aiuto una volta arrivati a terra, in cui altresì si impegnavano a fondare un nuovo corpo politico basato su leggi e istituzioni giuste ed eque a cui avrebbero tutti obbedito. Secondo molti interpreti, il Mayflower Compact rappresenta il modello originario sia della Dichiarazione d’Indipendenza (1776) sia della Costituzione americana (1789), ovvero l’idea che una nuova istituzione politica possa fondarsi su un accordo fra i contraenti del patto e sul rispetto di tale accordo.

La costituzione americana, come sappiamo, è stata nel tempo emendata ed aumentata: l’abolizione della schiavitù, il voto alle donne, sono solo alcuni esempi di come il testo dell’accordo iniziale (fatto in un’epoca in cui molti dei padri Costituenti possedevano schiavi) sia già dall’inizio stato pensato come forma incompleta, che quindi prevedeva una sua emendabilità. La promessa e l’accordo iniziale (il patto del Mayflower, la Dichiarazione d’Indipendenza, la Costituzione) erano prodotti del loro tempo, ma tutti concepiti in uno spirito di perfettibilità. Questa è stata una delle grandi saggezze istituzionali americane: aver saputo inserire nella fondazione di un nuovo corpo politico la possibilità non tanto di una sua sovversione quanto di un suo costante miglioramento. Quindi non come una “city upon a hill” già costruita, fatta e finita una volta per tutte, ma come una collina da scalare, “the hill we climb,” come recita appunto la poesia di Gorman.

La grandezza e la potenza degli Stati Uniti d’America, che ci piaccia o meno, dipende – oltre che dalla saggezza istituzionale del suo modello costituzionale che comprende, oltre all’emendabilità, il federalismo e l’equilibrio (vero) dei poteri, – anche dallo spirito con cui quelle stesse istituzioni si richiamano costantemente all’atto della loro fondazione: un patto, un accordo reciproco che consiste nella promessa dell’autogoverno. Una promessa verso una democrazia che è, sin dalle origini, mossa da un fervore religioso, il quale consiste – e questa è la matrice puritana più autentica – nel non essere mai sufficientemente contenti di sé, alla costante ricerca di una perfezione che resta sempre di là da venire.

Questo fervore democratico non è per gli americani retorica, e non è retorica nemmeno l’orgogliosa difesa bipartisan delle istituzioni democratiche da parte di quasi tutti i politici statunitensi dopo l’assalto del Senato da parte dei gruppi della composita galassia del trumpismo: suprematismo bianco, fondamentalismo religioso evangelico, gruppi omofobi e xenofobi, complottisti di Qanon, nostalgici della Confederazione, ossia dell’entità politica degli Stati del Sud che durante la guerra civile del 1861-65 difendeva la schiavitù. Il fatto che la seduta del Senato che doveva proclamare Biden presidente sia ripresa dopo due ore dalla fine degli scontri testimonia dello stato di salute delle istituzioni americane. Sono state minacciate costantemente, nei quattro anni della presidenza Trump, sono poi state attaccate concretamente da una folla il 6 gennaio 2021, delle persone sono morte, ma le istituzioni hanno resistito. E ne sono uscite a testa alta. Ciò dimostra che il loro stato di salute è buono. Perché è proprio delle istituzioni democratiche il poter essere contestate – forse la loro forza dipende proprio dalla contestazione. Ma solo delle istituzioni vive, vitali e resilienti possono tollerare dosi anche pesanti di contestazione. Mentre nel nostro Parlamento andava in scena l’ennesima crisi di governo tutta interna ai giochi dei partiti, dove la distanza tra le aule della politica e il paese si allargava sempre di più, gli americani celebravano ancora una volta la loro democrazia inaugurando il 46° presidente della loro storia con una giovane ragazza nera (discendente di schiavi, come lei stessa ricorda nel testo) che recitava una poesia in cui si richiamava ad antenati bianchi e puritani: “A nation that isn’t broken but simply unfinished”.

Olivia Guaraldo, docente di Filosofia politica del dipartimento di Scienze umane