Bambini in contesti umanitari disagiati

Pubblicato su Lancet Global Health un nuovo studio sugli interventi psicosociali nei minori che vivono nei Paesi colpiti da guerre, povertà e carestie

In che modo i professionisti della salute mentale possono intervenire per aiutare i bambini a superare eventi traumatici come guerre, terremoti, disastri naturali o violenze? È questa la domanda alla base dello studio condotto dall’università di Verona e pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista internazionale “Lancet Global Health”. La prima firmataria dell’articolo scientifico è Marianna Purgato del Centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per la ricerca e la formazione in salute mentale dell’ateneo diretto da Corrado Barbui.

Lo studio, durato tre anni, è stato realizzato in stretta sinergia con la Johns Hopkins University a Baltimora . È stata condotta una revisione sistematica di tutti gli studi disponibili a livello internazionale sugli interventi psicosociali di supporto nei bambini esposti ad eventi traumatici nei contesti umanitari disagiati. Attraverso una metodologia statistica d’avanguardia chiamata “meta-analisi di dati individuali”, il gruppo di ricerca ha così analizzato i dati di un campione di 3143 bambini di Burundi, Sierra Leone, Repubblica democratica del Congo, Striscia di Gaza, Indonesia, Nepal e Sri Lanka; tutti Paesi dove povertà e violenza sono, purtroppo, all’ordine del giorno. In questi luoghi gli interventi psicosociali vengono fatti da persone che non hanno una formazione specifica come, ad esempio, insegnanti, operatori di organizzazioni umanitarie, insegnanti e consulenti che offrono supporto psicologico ma che non hanno una formazione avanzata nell’ambito della salute mentale.

“Abbiamo identificato un effetto benefico degli interventi psicosociali sui sintomi di disturbo da stress post-traumatico – spiega Purgato – abbiamo inoltre riscontrato benefici sul funzionamento psicologico, sulle strategie di coping, sul senso di “speranza”, e sul supporto sociale. I dati individuali hanno consentito l’analisi di fattori specifici quali età, genere, luogo in cui si vive (essere stati o meno sfollati), regione, e dimensioni della famiglia. Abbiamo osservato un miglioramento più marcato dei sintomi del disturbo da stress post traumatico nei bambini che ricevevano interventi psicosociali ed erano di età compresa tra 15 e 18 anni, nei bambini non sfollati, e nei bambini che vivono in famiglie più piccole”.

L’obiettivo ambizioso è quello di arrivare a delle linee guida basate sulle evidenze per dare indicazioni chiare a operatori che lavorano in questi contesti così difficili e traumatici.  “Gli studi futuri – conclude Purgato – dovrebbero concentrarsi sul rafforzamento degli interventi per i bambini più piccoli, i bambini sfollati e i bambini che vivono in famiglie più numerose”.

Allo studio hanno collaborato anche i dottorandi dell’università di Verona Chiara Gastaldon, Davide Papola e la statistica Chiara Bonetto.