L'intervento del Rettore Nicola Sartor all'inaugurazione del XXXI anno accademico

La cerimonia si è tenuta il 21 novembre al Polo Zanotto

Con il XXXI anno accademico, che oggi ci accingiamo a inaugurare, si completa il lungo percorso attraverso il quale l’Ateneo veronese ha dato attuazione alla riforma del sistema universitario varato dal Parlamento nell’anno 2010.

È stato adottato un nuovo statuto. Gli organi accademici sono stati rinnovati nelle loro funzioni e nella loro composizione. Nell’elezione del rettore è stato adottato il suffragio universale, sia pure con voto ponderato. Il voto congiunto del personale togato, di quello tecnico-amministrativo e delle rappresentanze studentesche, rafforzerà il senso di appartenenza alla medesima comunità accademica.

Le funzioni precedentemente attribuite alle facoltà, ora scomparse, sono state assunte dai dipartimenti, che afferiscono a quattro macro aree: Scienze della Vita e della Salute, Scienze Umane,  Scienze Giuridiche ed Economiche, Scienze Naturali e Ingegneristiche.

Oltre al compito di stimolare e orientare il continuo processo di sviluppo, avvertiamo la necessità di rafforzare l’interazione con il nostro Territorio. Siamo convinti che l’illustrazione delle nostre attività sarà di grande giovamento. Inizieremo oggi, con la relazione che sarà tenuta dal prof. Alfredo Guglielmi, con la descrizione delle specificità della macro area forse più complessa, quella delle Scienze della Vita e della Salute, che vede il nostro Ateneo impegnato, insieme alla Regione, nella gestione dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata – primo caso in tutto il Veneto.

 

La nostra storia

Trent’anni, che l’Università di Verona nella sua piena autonomia ha celebrato lo scorso anno,  sono l’unità di tempo con cui convenzionalmente si misura il succedersi delle generazioni.

Nei suoi primi trent’anni, il nostro Ateneo, sotto la guida dei 5 rettori che mi hanno preceduto, ha compiuto rilevanti progressi.

Alcuni dati possono aiutare a cogliere le ragguardevoli dimensioni dello sviluppo, non solo quantitativo, del nostro Ateneo:

Dalle iniziali 3 facoltà (Economia, Magistero, Medicina e Chirurgia), si è passati a 9. In ordine cronologico, l’ultima a essere stata istituita – nell’anno 2003 – è stata quella delle Scienze Motorie. Abolite le facoltà, l’Ateneo ora si articola in 15 Dipartimenti.

I docenti, dagli iniziali 267, sono ora 738 e diventeranno a breve 745; Il personale Tecnico-Amministrativo è passato da 115 a 701.

Gli studenti, inizialmente poco più di 9 mila, sono ora quasi 21.700 (inclusi gli oltre 1.000 frequentanti le scuole di specialità medica). Quelli stranieri, inizialmente 5, ora sono più di 1.000. Due corsi di laurea magistrale si svolgono interamente in lingua inglese, così come un dottorato di ricerca, mentre 6 altri dottorati prevedono attività didattica in lingua straniera. Nell’ultimo ciclo, grazie ad accordi stipulati con altri 9 paesi, sono attivi 2 dottorati congiunti e 15 co-tutele.

Rilevanti sono stati anche i progressi sul fronte dell’attività di ricerca. Quest’anno l’ateneo ha destinato quasi 13 milioni di euro a tale fine. Parte di questi fondi sono finalizzati a cofinanziare progetti di ricerca congiunti con imprese ed enti pubblici e privati del Territorio: nel 2012 sono stati finanziati 23 progetti congiunti per un valore complessivo di oltre 2,5 milioni di euro. Negli ultimi 7 anni, l’Ateneo ha ottenuto fondi europei nell’ambito del VII Programma quadro della ricerca per oltre 18 milioni di euro. 582 sono i giovani iscritti ai corsi di dottorato di ricerca. Oltre 300 sono quelli che fruiscono di un assegno di ricerca.

Il recente rapporto di valutazione sulla qualità della ricerca svolto dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca colloca l’Ateneo di Verona al 3° posto assoluto, al 1° posto con riferimento all’area delle scienze mediche.

 Il nostro rilevante sviluppo non sarebbe stato possibile senza il generoso supporto di Enti pubblici e privati, tra i quali vanno ricordati:

 i Comuni di Verona, di Rovereto, di Canazei; la Provincia di Verona; il Consorzio per gli studi universitari in Verona e la Fondazione studi universitari di Vicenza; la Fondazione Cariverona, la Fondazione Zanotto, il Banco Popolare di Verona; generosi privati cittadini (Miriam Cherubini Loro, Mario Austoni, Rosa Picconi).

A questi vanno aggiunti i giovani e le loro famiglie che ci hanno dato fiducia nello scegliere questa sede per la loro formazione più avanzata.

Riteniamo che la loro fiducia sia stata in larga misura ripagata: dai dati relativi agli sbocchi occupazionali elaborati dal consorzio nazionale Almalaurea emerge come il 65% dei laureati triennali trovi occupazione ad un anno dalla laurea, il 21% in più rispetto alla media nazionale. Per i laureati magistrali, tale quota sale al 71% a fronte del dato nazionale pari al 59%.

Il nostro Ateneo contribuisce a valorizzare il patrimonio culturale, sociale e anche immobiliare della Città. Relativamente a quest’ultimo, si pensi al restauro della cosiddetta “provianda” di Santa Marta in Veronetta, edificio di archeologia industriale sottoposto alla tutela della Sovraintendenza per i beni architettonici, che sarà completato da qui a un anno.

 

Le questioni generali

La Storia non si evolve in modo lineare. Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati da rilevanti eventi anche a livello nazionale e internazionale, che stanno plasmando, non sempre in senso positivo, il nostro presente.

A livello internazionale, la caduta del muro di Berlino e l’entrata nella comunità internazionale occidentale di Paesi un tempo ritenuti in via di sviluppo o precedentemente isolati costituiscono gli eventi più significativi.

In assenza di rilevanti impulsi verso lo sviluppo economico e morale, la pressione esercitata dalla liberalizzazione dei commerci e dalla globalizzazione stanno mettendo a repentaglio il modello di vita faticosamente conquistato in Europa a partire dalla fine dell’Ottocento.

Produrre crescita economica non significa necessariamente produrre democrazia ed equità.

Come ha lucidamente rilevato Angelo Bolaffi (2013, p. 197) in un suo recente libro dedicato alla Germania, “Dopo il 1945 gli europei hanno goduto per mezzo secolo di una specie di vacanza, che li ha esonerati dall’obbligo di praticare la grande politica”. [omissis] “Invece quando aveva finalmente sperato di aver raggiunto davvero la ‘pace perpetua’ dopo la fine della sua divisione […] l’Europa s’è trovata di colpo esposta completamente indifesa dinnanzi alle sfide del mondo globale. [omissis] è finita così l’epoca dell’Europa a piè di lista in cui nessuno perdeva e tutti avevano da guadagnare”.

Queste osservazioni valgono, forse ancor più, per il nostro Paese, ivi compreso il sistema universitario.

In Italia è emersa, in tutta la sua drammaticità, la questione morale. Contestualmente, si è materializzata la crisi economica e finanziaria. Per il sistema universitario, che vive prevalentemente di risorse pubbliche, sono particolarmente preoccupanti le limitazioni di fondi derivanti dalla crisi della finanza pubblica, che, per pura coincidenza, trae origine proprio negli anni in cui il nostro Ateneo otteneva l’autonomia.

Per comprendere i nessi tra crisi politica e crisi finanziaria, alcune considerazioni fatte da Mario Sarcinelli (2012) a proposito della rilevante crescita del debito italiano negli anni Ottanta sono quanto mai illuminanti. Egli, dopo aver ricordato come il bilancio abbia assicurato la pace sociale durante i drammatici anni Settanta, osserva: «Secondo me, l’esplosione della spesa e del debito pubblico servirono a difendere l’ordine esistente, ad evitare che il terrorismo si tramutasse in guerra civile. Il costo di una guerra non guerreggiata o, se si vuole, della difesa da una guerra intestina è stato altissimo ed è costituito dal debito pubblico che si è accumulato». Sarcinelli prosegue commentando: «Si dové attendere la crisi del 1992 e la manovra da 90 mila miliardi per iniziare a porre sotto controllo la finanza pubblica. Perché? Per il semplice motivo che del debito non si preoccupava nessuno o quasi, poiché faceva comodo ai partiti, alle lobby e forse anche agli investitori interni che invece di pagare più tasse ricevevano un interesse. […] Il Paese si era assuefatto al debito, ne era la droga cui ricorreva per un momentaneo sollievo alle sue ambasce, ma richiedeva dosi sempre più forti. […] Le fasi di disintossicazione sono state dolorose e mai risolutive».

Tuttora le stiamo vivendo con drammaticità e preoccupazione.

Nonostante i continui appelli alla riduzione della pressione fiscale, la soluzione dei problemi di finanza pubblica richiede che vengano innanzitutto aggrediti i nodi della spesa.

Il faticoso processo di aumento dell’efficienza e dell’efficacia della spesa, ancora timido in molti comparti, ha riguardato anche il sistema universitario. Sono stati progressivamente introdotti requisiti di sostenibilità dell’attività didattica sempre più stringenti; complessi processi di autovalutazione della qualità della didattica e della ricerca. Questo Ateneo, come altri, si è prodigato per adempiere agli obblighi e per condividerne gli obiettivi. Se però Governo e Parlamento non attueranno interventi selettivi coerenti con la promozione della qualità – come purtroppo recentemente è avvenuto in relazione ai “41 milioni” da destinare agli atenei virtuosi – i faticosi processi di autovalutazione inevitabilmente saranno vissuti come sterili adempimenti burocratici di natura vessatoria.

La questione del miglioramento dell’efficacia dell’attività didattica svolta dal sistema universitario impone una riflessione critica sul sistema nazionale dell’istruzione, a tutti i livelli.

Tra i segnali più preoccupanti di declino della società italiana non si possono non citare i risultati del recentissimo rapporto Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell'OCSE (ottobre 2013), relativo alla misurazione delle competenze linguistiche e matematiche della popolazione adulta in 24 paesi industrializzati. L'Italia si colloca all'ultimo posto della classifica in termini di competenze linguistiche (in una graduatoria guidata da Giappone, Finlandia e Olanda) e al penultimo in matematica (collocandosi davanti alla sola Spagna). In particolare, per quanto concerne la capacità di comprensione di testi scritti, il rapporto rileva come le capacità degli italiani siano particolarmente deludenti sia in riferimento alle nostri coorti più anziane che per i nostri giovani, inclusi i laureati. I risultati non sono difformi da quelli sulle competenze alfabetica e matematica funzionale e capacità di analisi della International Adult Literacy Survey del 2003-04 (riferita ai cittadini di età compresa tra 16-65 anni) utilizzati anche nel 2007 e 2009 nel rapporto delle Nazioni Unite per la definizione dell’indicatore di povertà umana per paesi ad alto reddito. Anche in tale indagine si evidenzia una prevalente quota della popolazione italiana posizionarsi nella parte bassa della distribuzione nei vari indicatori.

Le competenze alfabetiche e matematiche funzionali non sono pienamente associabili ai livelli di scolarizzazione ma alla qualità dell’istruzione. Rappresentano essenziali elementi alla base della crescita del  capitale umano e sociale rilevanti per lo sviluppo economico e per la coesione sociale.

Tali dati sono preoccupanti non solo pensando alle prospettive del mercato del lavoro italiano, ma anche alla stessa tenuta della nostra democrazia. Come può un cittadino privo di capacità critica orientarsi e discernere, nell'era di Internet, e quindi essere un elettore in grado di controllare efficacemente i propri eletti? Paradossalmente, l'aumento esponenziale delle informazioni di cui oggi disponiamo grazie alle nuove tecnologie, rischia di rivelarsi controproducente, se come cittadini siamo privi della capacità di interpretare, di leggere criticamente tali informazioni. Il principale presupposto della vera conoscenza (e quindi della saggia deliberazione) non è l'informazione da sola, ma l'unione di informazione e capacità di decodificare l'informazione stessa, di filtrarla criticamente attraverso il ragionamento.

Nei dibattiti recenti – in sede accademica e soprattutto sui media – si è spesso parlato del contrasto fra saperi tecnico-scientifici e cultura umanistica, lamentando il ritardo del nostro sistema scolastico nell’educare alla scienza e la tendenza a sopravvalutare inutili discipline. Discipline cosiddette “inutili” perché non immediatamente produttive, come, per esempio, gli studi classici. In verità, fatta salva l’indiscutibile importanza dei saperi tecnico-scientifici per la crescita di un paese, l’accento sul contrasto è più frutto di una vis polemica che non una fatto reale.

Certi dualismi fra scienza e umanesimo, soprattutto se caratterizzati da una volontà di divaricazione ed estremizzazione, sollevano non poche preoccupazioni. E anche l’insistenza sul legame imprescindibile fra i risultati della ricerca tecnico-scientifica e la legge del mercato dovrebbe essere considerata con maggiore curiosità critica.

Dobbiamo rivalutare la ricchezza che può discendere dall’integrazione fra mentalità scientifica e mentalità umanistica. Certo, a ciascuno in suo, ma non tutto all’uno a discapito dell’altro.

Parlando dell’università è ormai diventato obbligatorio sottolineare che essa deve sapersi muovere in un mondo globalizzato dove ciò che conta è la competitività del mercato. Ebbene,  gli studi umanistici sono competitivi perché offrono innanzitutto un’educazione mirata alla comprensione profonda di problemi complessi.  Non è un caso che gli studenti delle materie umanistiche si mostrino spesso in grado di muoversi con risultati eccellenti in ambiti e sfere di competenza bene diversi da quelli che hanno specificatamente costituito il loro oggetto di studio.

E’ la mentalità aperta, lo spirito critico, un respiro culturale ampio e l’abitudine all’esercizio della razionalità e della logica a renderli particolarmente adatti ad operare con efficacia in ambiti lavorativi complessi dove – non si dimentichi – il fatto tecnico-oggettivo si incrocia inevitabilmente con quello umano-soggettivo, dove la questione del misurabile si incrocia con quella dell’incalcolabile e imprevedibile.  

Marta C. Nussbaum (2013, p. 26) ha recentemente affermato: “Non c’è nulla da obiettare su una buona istruzione tecnico-scientifica. La mia preoccupazione è che altre capacità, altrettanto importanti, stiano correndo il rischio di sparire nel vortice della concorrenza: capacità essenziali per la salute di qualsiasi democrazia al suo interno e per la creazione di una cultura mondiale in grado di affrontare con competenza i più urgenti problemi del pianeta. [omissis] Io non nego affatto che la scienza e le scienze sociali, soprattutto l’economia, siano altrettanto essenziali per la formazione dei cittadini. Ma queste materie non hanno mai corso un rischio: rivolgo, quindi, la mia attenzione a quelle che ritengo seriamente in pericolo. Se praticate in modo corretto, queste altre discipline non possono che essere permeate di quello che possiamo definire come spirito umanistico: la ricerca del pensiero critico, la sfida dell’immaginazione, la vicinanza empatica alle esperienze umane più varie, nonché la comprensione della complessità del mondo nel quale viviamo.”

La rilevanza degli studi umanistici e la necessità di difenderli non possono però giustificare da parte nostra un rigido conservatorismo. In un contesto nazionale e globale profondamente cambiato sarà necessario esaminare criticamente i nostri percorsi formativi per verificare come essi possano essere perfezionati.

 

Conclusione

Come ci ricorda Hannah Arendt (1998, pp. 14-15), riferendosi ad Aristotele,  il termine scuola deriva dal greco scholè, che significa tempo libero, tempo degli uomini liberi, di coloro che sono liberi di investire il loro tempo per coltivare la mente e l’intelligenza critica necessarie per essere cittadini consapevoli della polis giusta.

Nelle democrazie antiche, si sa, solo alcuni – pochi – erano liberi. Nelle nostre attuali democrazie tutti siamo invece formalmente liberi. Ma autenticamente liberi, veri cittadini, lo si diventa attraverso la maturazione culturale, la formazione di una mentalità non solo informata ma critica, anche e soprattutto attraverso uno studio che permette di crescere come persona morale e come parte attiva di una comunità.

La libertà – nome abusato per retoriche spesso altisonanti – non è un semplice dato, è piuttosto un arduo impegno, un fine da coltivare e da costruire, una meta per tutti coloro che si occupano di formare i giovani non solo alla vita e al lavoro, ma a una vita nella comunità e a un lavoro in cooperazione con altri per il miglioramento della società di tutti.

Nessuna democrazia può sopravvivere senza che i suoi cittadini siano istruiti e partecipi. Non è certo un caso che fra i primi articoli che indicano i principi fondamentali della nostra Costituzione, l’articolo 9 reciti: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della nazione”.

Nella mia funzione di rettore assumo in pieno lo spirito di questo articolo e mi prodigherò affinché l’Ateneo di Verona operi in modo di divenirne lo specchio esemplare.

Nicola Sartor

21.11.2013

 

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Riferimenti bibliografici

Hannah Arendt, The Human Condition, Chicago, University Press, 1998 (prima edizione 1958, trad. it. Vita Activa, Milano, Bompiani, 1964.)

Angelo Bolaffi, Cuore tedesco, Roma, Donzelli, 2013.

Martha C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2013.

Mario Sarcinelli, “Commenti ad Antonio Pedone e Gianni Toniolo”, La gestione di elevati debiti sovrani in contesti di crisi finanziaria: quali insegnamenti dalla storia, Riunione intermedia della Società Italiana di Economia Pubblica, Banca d’Italia, Villa Huffer, Roma, 2 marzo 2012.