Classifiche e Università

L'editoriale del Rettore

L’ho dichiarato molte volte e ne sono profondamente convinto. Le Università italianedevono sicuramente migliorare, ma forniscono formazione di alto livello. La loro assenza dalle classifiche internazionali, enfatizzata dai media in questi giorni, com’è consuetudine, si giustifica perché i parametri utilizzati da chi stila queste ricerche non si identificano con i principali criteri perseguiti in Italia, peraltro coerenti  dagli obiettivi ministeriali.

Probabilmente l’Università italiana sconta un mancato ammodernamento e la conseguente difficoltà a rispondere alla domanda della società moderna. Un meccanismo, a ben pensarci, non molto dissimile dalla osservazione abituale di chi, visitando l’estero, coglie l’enorme differenza nello sviluppo dei servizi moderni quali i parcheggi, i trasporti, la diffusione dei servizi di comunicazione e in generale di quanto la modernità ha generato. Noi siamo rimasti aderenti  alle  nostre convinzioni di decenni fa, che includono la convinzione che la cultura sia un privilegio “facoltativo”, una sorta di optional di cui è persino preferibile fare a meno: sempre più spesso si sente affermare che le imprese non hanno bisogno di laureati ma di tecnici diplomati!

Scarsa  considerazione per formazione e ricerca, limitatissima disponibilità nel bilancio dello stato per il finanziamento dell’Università, scarsissima valorizzazione dell’investimento nello studio da parte delle famiglie: tutto ciò genera una ricaduta assai grave, il sottofinanziamento dell’Università italiana, che può contare in misura quasi trascurabile in contributi  da enti diversi. La conseguenza è il taglio ai servizi e alla ricerca, parametri che pesano moltissimo nella valutazione internazionale.

Parlavano fin troppo chiaro le 500 pagine del nuovo Rapporto Ocse «Education at a glance 2010», che facevano il punto sull’istruzione dei 30 Paesi aderenti all’organizzazione per lo sviluppo economico: l’italia spende solo il 4,5% deI Pil nelle istituzioni scolastiche, contro una media europea del 5,7%. Dietro di noi, tra i Paesi industrializzati, solo la Repubblica Slovacca. Nel nostro Paese a rimetterci sono soprattutto le Università:’ la spesa media per studente – inclusa l’attività di ricerca – è di 8.600 dollari contro i quasi 13.000 della media Ocse. Nella classifica delle prime 200 università, con Cambridge in testa, c’erano già lo scorso anno solo due Atenei italiani: Bologna (al 176° posto) e la Sapienza di Roma (190°). Un dato che stride con la nostra storia: l’Università di Bologna è la più antica del mondo occidentale, ma nell’Xl secolo c’erano già anche Padova, Pavia, Napoli.  Oggi invece i nostri Atenei sono scelti soltanto dal 2% degli studenti stranieri, contro una quota del 20% negli Usa, dell’11% in Gran Bretagna, del 9% in Germania, dell’8% in Francia e del 4% in Giappone; un segno inequivocabile della scarsa competitività del nostro sistema.  Nel nostro Paese, inoltre, la percentuale degli abbandoni alta: molti iscritti all’Università, ma pochi i laureati.
Cifre alla mano, solo 17% della popolazione tra 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea, percentuale che scende al 9% se si prende in considerazione la fascia di età trai 55e i 64 anni.
Nell’Ocse invece l’educazione terziaria riguarda il 33% dei giovani tra i 25 e i 34 anni e il 19% dei più anziani. Persino Messico e Cile ci superano per numero di laureati. Un miglioramento, perlomeno apparente,  è stato conseguente alle “lauree brevi” introdotte con la legge 509/99, ma siamo ancora lontani dai programmi di formazione più avanzati.

 Eppure investire sulle risorse umane favorirebbe anche lo sviluppo economico. Lo stesso segretario generale dell’OCSE,  Angel Gurria, durante la presentazione del rapporto ha sottolineato che l’istruzione «costituisce un investimento essenziale per rispondere alle evoluzioni tecnologiche e demografiche che ridisegnano il mercato del lavoro.

Questa situazione è gravissima, perché senza Università non c’è progresso, non c’è innovazione, non c’è competitività. Si tratta di un tema che dovrebbe occupare un posto di primo piano nell’agenda di chi ha il dovere di costruire il futuro del nostro Paese. Un domani che non può essere delineato soltanto da tagli, ma che ha bisogno di razionalizzazione e soprattutto di investimenti.

Di Università in queste settimane di grandi manovre non si parla. Ma il tema è ineludibile per ripensare il futuro dell’Italia.

Lasciamo stare  le classifichedel passato  e rivalutiamo gli investimenti in ricerca e formazione sui quali  le nazioni che trainano il progresso fondano le loro principali azioni di governo