Alessandro Mazzucco

L'editoriale del Rettore

Il maxiemendamento del governo con le misure anticrisi sembra aver assunto una connotazione più definita. Dalla manovra è scomparsa l’ipotesi dell’eliminazione della possibilità del riscatto degli anni di studio universitario ai fini del pensionamento contro la quale avevo avuto modo di esprimere pubblicamente il mio più netto dissenso.

Ora che le regole sono state ripristinate, vorrei fosse chiaro che la mia indignazione non nasceva certo da un mio personale coinvolgimento, dato che non sarei stato toccato in alcun modo dalle decisioni del governo.  Concluderò, infatti, il mio periodo lavorativo dopo  49 anni di contributi, 42 dei quali corrispondenti a lavoro effettivo. Dunque, nessun “tornaconto generazionale” nelle mie parole.

In tema di previdenza mi sembra, inoltre,  ovvio che, fatte salve le eccezioni più clamorose, l’allungamento dell’aspettativa di vita  ed il miglioramento della salute dei cittadini nella fascia di età un tempo considerata “anziana” debbano correttamente suggerire una estensione dei tempi delle attività lavorative.  Non sono dunque aprioristicamente contrario a qualsivoglia modifica delle norme esistenti in materia.

Il vero significato del mio intervento voleva essere, ancora una volta, una voce a  difesa dell’importanza dell’istruzione superiore, che è oggettivamente poco apprezzata nella nostra cultura e considerata ancora un privilegio. Sarebbe molto semplice citare non tanto e non solo i cosiddetti Paesi sviluppati per dimostrare che il pensiero più diffuso è esattamente antitetico, ma anche molti  Paesi emergenti  – per la verità già ampiamente emersi – quali l’India e la Corea, che per le Università stanno investendo in maniera per noi impensata.

Un giovane che a 18 anni continua gli studi, nella migliore delle ipotesi da noi  è  considerato  un privilegiato che si può permettere di non lavorare e continua a fare la bella vita dello studente, puntando  ad una futura collocazione sociale di prestigio. Altrove, dove si crede effettivamente nel valore e nel diritto allo studio, lo si considera un investimento per il futuro, utile non solo al singolo ma alla società. Per questo lo studente viene aiutato  con i servizi di cui ha bisogno, lo si sostiene finanziariamente se è meritevole e gli si concede di poter conteggiare ai fini previdenziali , a proprie spese, s’intende,  anche quegli anni durante i quali non avrà un proprio reddito, dovrà fare dei sacrifici per prepararsi ad essere utile alla collettività ed esprimerà il proprio potenziale per arricchirne il livello di modernità e di  capacità di progresso.

Di questo sono profondamente convinto. E solo per questo motivo ho ritenuto di esprimermi.

E mi si perdoni se concludo con una battuta: in Italia dovremmo poter riscattare non solo gli anni di studio, ma soprattutto la lucidità necessaria a capire che i tagli sono solo un salvagente. La scialuppa di salvataggio per uscire dalla crisi sarà la nostra capacità di innovare e di investire per la ricerca e per i nostri giovani più meritevoli.