La ricercatrice Isabella Mastroeni

Ne abbiamo parlato con Isabella Mastroeni, giovane ricercatrice di informatica dell'ateneo

Donne e studi scientifici sembrano non poter conciliare; si abbina spesso la figura maschile all’idea di medico, biologo, informatico o ingegnere. La domanda sorge spontanea: perché donna e facoltà scientifiche non sembrano essere un buon connubio? La ricercatrice di Informatica Isabella Mastroeni ha risposto alle nostre domande.

Dottoressa Mastroeni, a fronte di una presenza femminile molto ampia negli ambiti della medicina e della biologia, scienze come la matematica, l’ingegneria e soprattutto l’informatica vedono invece un numero di donne molto basso. Perché secondo lei?
Premetto che, essendo io proprio una donna del mondo informatico, posso solo cercare di immaginare cosa di questo mondo e di quelli affini allontani il mondo femminile. Comunque io penso che il "problema" stia nel fatto che le donne sono per loro natura più pragmatiche e concrete degli uomini, e tendono quindi a studi che portano ad ambiti lavorativi e di ricerca più tangibili e concreti. Questo è per lo meno una possibile motivazione che spinge le donne amanti della scienza più verso certe discipline piuttosto che verso altre come la matematica e l'informatica. Sicuramente ha comunque un rilevante impatto anche l'aspetto culturale che vede come maschili le citate discipline. Quando si nomina un ingegnere o si pensa ad un matematico è più naturale immaginarlo come un uomo piuttosto che come una donna. Così come quando si pensa ad un laureato in materie umanistiche è più facile immaginarlo donna che uomo. Per ciò che riguarda la medicina, penso invece che ci sia un certo equilibrio.
La situazione per l'informatica è aggravata dal comune fraintendimento che identifica l'informatico con l'esperto di computer che quindi rende difficile, nell'immaginario collettivo, vedere l'informatica come una scienza. A questo punto ancora il tecnico esperto di computer è comunemente immaginato uomo piuttosto che donna. Quindi riassumendo direi che il problema è fondamentalmente culturale e sociale.


Che cosa l’ha portata ad avvicinarsi al mondo dell’informatica? Che cosa trova di stimolante nel fare ricerca in questo ambito?
Il mio avvicinamento all'informatica è stato direi quasi casuale. Infatti io stessa ero vittima dell'ignoranza esistente, qualche anno fa ancora più di oggi, riguardante l'informatica. Anche io pensavo che fosse materia solo per appassionati di computer. D'altra parte io avevo una forte attitudine alla matematica e alle materie scientifiche in generale. La mia prima scelta sarebbe stata matematica, ma ero spaventata da quelli che potevano essere gli sbocchi lavorativi di tale disciplina, così distante per me in quegli anni, dal mondo del lavoro, se non per l'insegnamento. Per questo motivo quando effettivamente capii in cosa consisteva il percorso degli studi in informatica ho notevolmente apprezzato la fondamentale componente matematica della materia e allo stesso tempo l'ovvio e forte legame della disciplina con
il mondo reale, da cui la mia scelta. L'amore per la ricerca scientifica è nata invece con gli anni, anche perché prima di entrare nel mondo accademico è difficile immaginare in cosa che consista la ricerca in informatica. In particolare l'aspetto stimolante consiste nella possibilità di sfruttare la potenza e l'eleganza degli strumenti più propriamente matematici per studiare, capire e modellare le tecniche e gli strumenti di calcolo automatici che costituiscono le fondamenta dell'informatica. Inoltre il fascino del mondo della ricerca scientifica sta nel fatto che essa consiste nello studio di argomenti sempre nuovi e stimolanti e che, per definizione, non può mai essere una attività monotona, essendo in costante evoluzione, per il raggiungimento di obiettivi sempre diversi.

Al test d’ingresso alla scuola Normale di Pisa lo scorso settembre si sono presentate 153 donne a fronte di una presenza maschile di 688 persone. Le donne sono forse meno portate allo studio di certe discipline rispetto ai loro colleghi uomini?
Ovviamente la risposta che posso dare a questa domanda non può essere oggettiva essendo io una donna che ha affrontato lo studio proprio di discipline tipicamente maschili.
Comunque io non penso assolutamente che le donne siano meno portate, anzi direi che le poche donne che si impegnano in discipline di questo tipo sono tendenzialmente e mediamente, non dico più portate, ma sicuramente più metodiche, precise e costanti nel loro percorso di studi. Ovvero detto informalmente, le donne che affrontano questi tipi di studi
sono "poche ma buone". Inoltre direi che i numeri citati ci dicono esattamente che gli uomini e le donne hanno esattamente le stesse potenzialità in percentuale; guardando l'articolo allegato ho constatato che la percentuale degli ammessi è simile nei due sessi, e tale dato in
realtà ci dice esattamente che, anche se il numero di uomini che provano ad entrare alla Normale è notevolmente maggiore rispetto al numero delle donne, la probabilità di trovare persone in gamba è esattamente la stessa. Quindi ripeto, secondo me il problema della scarsità delle donne in queste discipline è fondamentalmente culturale, poche donne
"scelgono" di fare queste discipline anche se avrebbero le stesse potenzialità dei loro colleghi uomini.


Che cosa si potrebbe fare per indurre un numero maggiore di donne ad approcciarsi a discipline come l’informatica o la matematica? Secondo alcune recenti ricerche, infatti, ci sarebbe un gran bisogno di nuovi laureati in questi settori.
Purtroppo è difficile dire cosa potrebbe indurre più donne a scegliere queste discipline. Come detto precedentemente, a mio parere, il problema è culturale e di conseguenza, secondo me, questa è una tendenza difficile da cambiare. Forse diffondere una maggiore consapevolezza del fatto che le discipline matematiche e informatiche sono tutt'altro che di pertinenza solo
maschile, ovvero che non solo esiste un rilevante numero di donne di successo in queste discipline ma che comunque dedicarsi alla scienza e alla ricerca non significa necessariamente rinunciare ad una famiglia. Io, come molte mie colleghe, sono dimostrazione del fatto che si può essere attive ricercatrici, o in generale donne di scienza, e allo stesso tempo mamme e mogli.