Ipazia

Lunedì 8 marzo alle ore 15 al Polo Zanotto un incontro con Gemma Beretta e Margherita Hack trascinerà il pubblico nel mondo della scienza visto attraverso l’occhio delle donne

Dalla seduzione di Cleopatra alla poesia di Saffo, sino agli intrighi di corte di Paolina Bonaparte, le donne del passato hanno spesso fatto parlare di sé per il loro fascino e le loro conquiste sentimentali. Non sono invece molte le donne che hanno avuto la possibilità di distinguersi per la loro intelligenza e, soprattutto per il loro contributo in termini di risultati scientifici. Non molti infatti conoscono la storia di Ipazia d’Alessandria, la prima matematica della storia. A lei è dedicato l’incontro che si terrà lunedì 8 marzo, nel giorno della festa della donna, alle 15 al Polo Zanotto e che vedrà l’intervento di Gemma Beretta, autrice della biografia storica Ipazia d’Alessandria, e la nota astrofisica Margherita Hack. L'evento è organizzato dal Comitato Pari opportunità di ateneo guidato da Elda Baggio in collaborazione con il gruppo "Le radici dei diritti" e di alcuni istituti scolastici del territorio.

Chi è Ipazia. Ipazia visse ad Alessandria d’Egitto fra la fine del IV e l’inizio del V secolo. Indirizzata dal padre Teone agli studi scientifici, Ipazia fu una grande studiosa di matematica ma anche insegnante. “Introdusse molti alle scienze matematiche”, ci dice Filostorgio, e numerose altre testimonianze ci attestano di sue opere autografe oggi scomparse. Una delle discipline in cui Ipazia seppe distinguersi di più fu l’astronomia. Compì interessanti scoperte sul moto degli astri e scrisse un testo, Canone astronomico. Ma Ipazia fu anche filosofa molto apprezzata; Socrate Scolastico parla di lei come della terza caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino. Pallada poi, in un epigramma, tesse uno degli elogi più belli di Ipazia.

“Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine,
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura”.

Come nota Gemma Beretta è nel terzo verso che si concentra tutto il senso dell’attività di Ipazia: “Verso il cielo è rivolto ogni tuo atto”, ad indicare da un lato l’amore per l’astronomia, dall’altro la tensione filosofica. Ipazia insegnava ad entrare dentro di sé – l’intelletto – guardando fuori – la volta stellata – e mostrava come procedere in questo cammino con il rigore proprio della geometria e dell’aritmetica che, tenute l’una insieme all’altra, costituivano l’inflessibile canone di verità”. Ma scienza e filosofia non devono poi considerarsi discipline separate, come ricorda Augusto Franchetti in Roma al femminile: “Ipazia è maestra di filosofia neoplatonica, una disciplina in cui convergevano anche studi di matematica e di geometria, al punto che la stessa Ipazia avrebbe inventato anche macchine come un astrolabio piatto, un idroscopo e un aerometro”.

La vita di Ipazia cominciò ad essere scritta circa vent’anni dopo il suo assasinio, avvenuto nel 415 d.C. Come lei, molte hanno dovuto pagare con la vita questa loro passione; una donna che con le sue ricerche potesse superare o peggio smentire i risultati ottenuto dai colleghi maschi, era ritenuta una presuntuosa da relegare in un angolo. I primi ad occuparsi di lei furono i due storici della Chiesa Socrate Scolastico e Filostorgio. Di lei Socrate scrisse: “Ella giunse ad un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei. A causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale”.

Con la morte di Ipazia, si potè considerare distrutta una delle più esemplari comunità scientifiche di ogni epoca. Quello che è strano però è che nessuno si sia proclamato suo allievo. Probabilmente, ipotizza la Beretta, i motivi vanno ricercati nel fatto che Cirillo, considerato il responsabile dell’assassinio di Ipazia, “detenne la carica di vescovo della città per i sucessivi 29 anni, nel corso dei quali divenne l’episcopo più potente e temuto di tutto l’impero d’Oriente”.