Curare la malattia batterica della pianta del kiwi con sostanze naturali

Annalisa Polverari, patologa vegetale, è intervenuta all’incontro tecnico scientifico successivo al Simposio Psa 2015

Curare la malattia batterica della pianta del kiwi con sostanze naturali: questo è uno degli obiettivi del progetto di innovazione per la difesa della pianta di actinidia e della valorizzazione dei suoi frutti, affidato al dipartimento di Biotecnologie dell’università di Verona. Finanziata dalla Regione Veneto e condotto dai team delle professoresse Flavia Guzzo e Annalisa Polverari dell’ateneo veronese, la ricerca scientifica si propone di capire come il frutto del kiwi possa influenzare il benessere psicofisico e di come combattere con metodi ecosostenibili la patologia sempre più diffusa causata dal batterio Pseudomonas syringae (Psa) che sta colpendo le coltivazioni italiane, seconde al mondo per la produzione di kiwi.

Proprio quest’ultimo punto è stato presentato e approfondito da Annalisa Polverari, patologa vegetale, durante l’incontro tecnico scientifico successivo al Simposio Psa 2015 di Bologna, organizzato lunedì 15 giugno da Confcooperative a Verona e a cui hanno partecipato – oltre ai produttori del territorio – alcuni dei maggiori esperti internazionali sulla batteriosi dell’actinidia.

 "L'obiettivo che ci siamo posti è lo studio della virulenza batterica e l'individuazione di strategie che permettano il controllo della batteriosi del kiwi con metodi innovativi a basso impatto ambientale”, spiega Annalisa Polverari. “L'impegno del gruppo di ricerca è quello di capire perché Pseudomonas syringae colpisce proprio Actinidia, quali sono le basi molecolari del suo specifico attacco a questa specie, e perché alcuni ceppi del batterio sono più aggressivi di altri. Queste conoscenze serviranno – nella seconda parte del progetto – a sviluppare metodi innovativi che cerchino di inibire il contagio e lo sviluppo della malattia, senza causare la comparsa batteri resistenti ai principi attivi impiegati".

Un progetto ambizioso ma che, con buoni risultati, permetterebbe di arginare il contagio della malattia con molecole di origine naturale veicolate nella pianta con l’utilizzo di nanotecnologie in grado di inibire la virulenza del batterio.

 

18.06.2015