Il virus dell’Ebola non deve fare paura all’Occidente

Ercole Concia, direttore delle Malattie infettive, sull'epidemia che ha colpito l'Africa occidentale

“Il virus dell’Ebola non deve fare paura all’Occidente. Se anche in Italia registreremo uno o più casi, potremo contare su una rete di Centri di malattie infettive che coprono tutta la Penisola". Ad affermarlo è Ercole Concia direttore della sezione Malattie infettive dell’università di Verona. “Nel nostro Paese ebola non potrebbe trasformarsi in epidemia. Dobbiamo, invece, essere di supporto ai Paesi colpiti con le strumentazioni necessarie e con strumenti di sostegno alla logistica ospedaliera, del tutto carente della possibilità di isolare i paziente e con loro isolare il virus”. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità quella che l’Africa sta vivendo è la più grande epidemia di virus Ebola di tutti i tempi. Guinea, Liberia, Sierra Leone e Nigeria sono i Paesi colpiti dall’epidemia. Pochissimi, e nella gran parte falsi allarmi, i casi registrati nel resto del mondo. Il più noto quello del medico americano Kent Brantly e dell’infermiera Nancy Writebol che lavoravano in Liberia guariti dopo essersi sottoposti al siero Zmapp. Ebola fa paura al mondo, perché di questo virus, che ha una mortalità del 50% ed è stato scoperto tra il ‘75 e il ‘76, non si parlava da qualche tempo. Eppure gli addetti ai lavori lo conoscono bene, il virus non è mai scomparso. La differenza in questo caso è l’espansione dell’epidemia rispetto al passato in cui il virus alla sua ricomparsa colpiva tra le 200 e le 300 persone in distretti isolati.

 

Il Congo è il quinto paese interessato dall’epidemia, ma anche il primo ad averne isolato, nel 1976, il primo ceppo. Torniamo quindi a quella scoperta e partiamo dalla base: cos’è il virus dell’Ebola e come si contrae?

È un virus molto aggressivo che provoca una serie complessa di sintomi, dalle febbri emorragiche al dolore ai muscoli e agli arti e numerosi problemi al sistema nervoso centrale. Il periodo d’incubazione, dal momento del contagio all'insorgenza dei primi sintomi, va dai due ai ventuno giorni. La trasmissione del virus avviene attraverso i fluidi corporei, come muco o sangue, ma anche attraverso le lacrime, la saliva e il contatto con aghi e altri strumenti usati sull'ammalato. Per Ebola ad oggi non esiste una cura e il tasso di mortalità è del 50 %.

 

Medici senza frontiere ha definito la gestione dell’epidemia nell’Africa occidentale un completo disastro, con ospedali al collasso e operatori sanitari a loro volta infetti. Qual è la ragione della crescita esponenziale dei casi di contagio?

Il virus Ebola si trasmette per contatto diretto e il dramma è proprio legato a situazioni logistiche degli ospedali africani, dove non esiste il concetto di isolamento del malato. In questo senso la situazione è tragica. Se arrivasse nei nostri ospedali un paziente affetto da Ebola sarebbe messo in stanze ad hoc e il personale ospedaliero utilizzerebbe le necessarie precauzioni per prendersene cura. Vado spesso in Burundi a prestare assistenza medica e nelle strutture ospedaliere il concetto di isolamento non è affatto contemplato. È questa la prima ragione per cui abbiamo assistito a un’esplosione della patologia. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che, soprattutto nelle zone rurali, il malato si rivolge prima allo stregone che di fatto è un erborista e solo successivamente, a causa dell’aggravarsi dei sintomi, al medico.  I sintomi del virus, febbre e il mal di testa, sono anche i primi sintomi della malaria, parassita molto diffuso in quelle zone per cui molti casi, soprattutto i primi emersi, sono stati identificati come malaria ritardando la diagnosi.

 

Ebola deve mettere in allarme l’Italia?

Anche se da noi arrivassero alcuni casi non scatenerebbero mai un’epidemia. I casi sarebbero immediatamente isolati grazie alla rete infettivologica presente nel nostro Paese. Credo che l’Occidente debba occuparsi di fare cultura e affiancare il personale dando indicazioni sull’igiene sanitaria e mandare materiali quali guanti, sovra camici e calzari per limitare la trasmissione del virus.

 

Nello scenario raccontato dai media in questo periodo, l’unica possibile via terapeutica sembra essere rappresentata dallo Zmapp. Pensa che il medicinale possa essere impiegato in quei Paesi?

 Per dire che Zmapp funziona va messa in piedi una sperimentazione con un farmaco che a oggi esiste in quantità ridotta. Teniamo conto che la mortalità da Ebola è del 50%, quindi non sappiamo se il caso del medico americano guarito sia legato davvero allo Zmapp. L’impiego dello Zmapp oggi tocca anche una dimensione etica: è plausibile impiegare un farmaco non testato in una situazione di emergenza come questa? Credo che in questa fase non possiamo che augurarci che il siero funzioni. E' allo studio anche un vaccino che sarà, a tempi brevi, sperimentato su volontari.

Roberta Dini

04.09.2014