Scontri tra indios e polizia. Fonte ilfattoquotifdiano.it

Il punto con Luca Mori, sociologo di ateneo sugli scontri anti mondiale brasiliano

Mancano meno di tre settimane alla fine dei mondiali brasiliani e i movimenti anti-coppa continuano a infiammare gli animi e le piazze delle città brasiliane. La popolazione manifesta contro le spese, ritenute folli per la realizzazione delle opere per l’evento sportivo, e a chiedere maggiori stanziamenti per la sanità pubblica e l’istruzione. Abbiamo fatto il punto con Luca Mori, ricercatore di Sociologia Generale di ateneo.

La cronaca ci racconta di proteste e manifestazioni anti mondiale da parte di una fetta importante dell'opinione pubblica. Qual è a suo avviso la ragione di questa situazione?

Al cuore del conflitto sono i costi mirabolanti che l’organizzazione della manifestazione ha comportato. I mondiali brasiliani sono stati i più costosi della storia: è stato sforato come minimo di tre volte il preventivo di spesa e, secondo alcuni, si è arrivati a toccare la cifra astronomica di circa 14 miliardi di euro. Ora è facile comprendere come in un Paese caratterizzato da tremende diseguaglianze sociali, dove il godimento dei diritti sociali di base come sanità e istruzione è per molti ancora un miraggio, tutto ciò possa scatenare proteste molto accese. Non è un caso che, tra le soggettività collettive che hanno dato inizio alla protesta, primeggi senza dubbio il foro popolare di salute e che, sui cartelli innalzati nei cortei, si legga “vogliamo ospedali non stadi”.

I mondiali puntano i riflettori del mondo su un Paese. Un evento di questa portata può influenzarne la visione oltre i propri confini?

I grandi spettacoli globali hanno sempre rappresentato un’occasione per i Paesi organizzatori per sfoggiare la propria potenza, la propria ricchezza, la propria efficienza. Spesso, però, assistiamo a tragiche eterogenesi dei fini. Si prenda per esempio la Grecia e le Olimpiadi del 2004. Secondo gli organizzatori, le Olimpiadi avrebbero dovuto costituire l’occasione del rilancio definitivo del Paese, dell’entrata a pieno titolo della Grecia nella modernità. Si favoleggiava d’incassi astronomici e della costruzione d’infrastrutture avveniristiche che avrebbero fatto della nazione ellenica la Danimarca del Mediterraneo. Sappiamo tutti com’è andata: le Olimpiadi del 2004 hanno provocato una voragine contabile che ha dato il via alla crisi devastante in cui tutt’ora il Paese si dibatte.

Il 13 luglio l’evento si chiuderà e il Brasile rischia di aver speso ingenti somme di denaro pubblico per una grande festa piuttosto che aver investito a lungo termine per la sua crescita.

Questo è un po’ il leitmotiv di tutte le manifestazioni di questo tipo. Per tornare ancora all’esempio ellenico, le strutture costruite appositamente per ospitare i giochi olimpici sono oggi chiamate le nuove rovine greche. Il villaggio olimpico, chiuso da catenacci arrugginiti, si presenta come un immenso monumento allo sperpero di danaro pubblico. Lo stesso può esser detto a proposito dei Mondali in Sudafrica del 2010.  Gli investitori privati che avevano contribuito alla realizzazione delle spese infrastrutturali necessarie ad ospitare l’evento hanno visto sfumare tutte le loro speranze di profitto. Quella manifestazione che, secondo le previsioni, doveva portare introiti per 600 milioni di euro ha, in realtà, comportato perdite per più di 2 miliardi. Se oggi gli investitori privati brasiliani si sono tirati indietro e la stragrande maggioranza delle spese del Mondiale è stata sostenuta dallo Stato Carioca è perché la lezione sudafricana è stata imparata bene. Sempre a questo riguardo va ricordato che il mondiale brasiliano si sta rivelando come l’occasione per operare una straordinaria speculazione edilizia. A quanto pare infatti la manifestazione ha scatenato una fortissima corrente cementificatrice che sta trasformando l’assetto di intere città. A farne le spese, manco a dirlo, le classi meno abbienti. Da quanto se ne sa, interi quartieri sono stati rasi al suolo per far posto ai nuovi complessi residenziali, con tutte le drammatiche conseguenze che la devastazione delle comunità locali comporta. Se non ricordo male, il commissario Onu per il diritto all’abitazione il mese scorso aveva parlato di qualcosa come 250.000 sfratti imputabili all’effetto mondiale. E anche questo costituisce un elemento che a mio avviso dovrebbe far riflettere profondamente sul significato che queste manifestazioni sportive sono via via acquisendo nel corso del tempo.

24/06/2014

RD