Orhan Pamuk e la memoria degli oggetti

Il Nobel in ateneo ha raccontato l’intreccio tra il passato di Istanbul e il potere evocativo degli oggetti esposti nel suo “Museo dell’innocenza”

“Il sentimento comune ai musei è il piacere condiviso da tutti per la propria esperienza degli oggetti e della vita quotidiana, esperienza percepita come qualcosa di importante, da conservare in qualche modo. Tutti i libri accademici sulla memoria e sull’identità trattano questo tema e io, nei miei romanzi, indago questo soggetto a modo mio”. Così il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk ha presentato la propria opera all’interno dell’incontro “Il museo dell’innocenza. Dal romanzo al museo”, che si è tenuto venerdì 11 aprile al Polo Zanotto. L’appuntamento è stato introdotto da Massimo Salgaro, ricercatore del dipartimento di Lingue e letterature straniere di ateneo, e ha visto l’autore rispondere alle domande di Silvia Bigliazzi, ordinario di Letteratura inglese, e Pinar Özütemiz, dottoranda nell’università scaligera con una tesi sull’opera dello scrittore turco. L’evento è stato organizzato da Anna Maria Babbi, direttrice della Scuola di dottorato in Studi umanistici di ateneo e dal dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica diretto da Guglielmo Bottari e con la collaborazione dell’ufficio Comunicazione.

Il “museo dell’innocenza” è un’opera plurale: comprende infatti un romanzo edito nel 2008 e un vero e proprio museo, aperto nel 2012 a Istanbul, nel quartiere di Çukurcuma. Il libro racconta dell’infelice storia d’amore di Kamal, un ragazzo ricco e viziato della Istanbul degli anni Settanta e Ottanta, con la cugina Füsan. Alla scomparsa di lei, il giovane cercherà consolazione nella raccolta ossessiva e maniacale di quegli oggetti capaci di ricordargli l’amata. Una storia d’amore ad imitazione dei melodrammi dell’industria cinematografica turca, ma anche un’occasione per ricordare la città in cui Pamuk è cresciuto e a cui è rimasto legato. L’autore ha inoltre spiegato la nascita di questo particolare progetto, articolato in due opere distinte ma correlate. “Non ho prima pubblicato il libro e poi, dato il suo successo, aperto un museo per illustrarlo” ha spiegato lo scrittore “ma ho concepito romanzo e museo insieme. C’è una parallelismo tra le motivazioni per scrivere un romanzo e le motivazioni per creare un museo: il loro obiettivo comune è quello di custodire i dettagli della nostra vita”. L’esposizione è stata ideata sul modello del museo Guggenheim di New York, in cui si possono osservare nello stesso tempo tutti gli oggetti presenti: “Nei musei in cui vediamo tutto simultaneamente” ha detto lo scrittore “il tempo è convertito nello spazio. Le storie infatti si svolgono nel tempo, mentre nelle arti visive esistono solo momenti cristallizzati”.

Tra Est e Ovest. Così la Turchia e la sua capitale ci vengono presentate nei libri di Pamuk. Ed è proprio attraverso uno strumento per misurare il tempo che lo scrittore ha illustrato il complesso rapporto tra la sua nazione e l’Occidente. “Tra gli oltre duemila oggetti esposti nel museo è presente un orologio da tasca” ha raccontato Pamuk “il quale ha due lati: uno con i numeri romani, per misurare il tempo occidentale degli affari, l’altro con i numeri arabi, per misurare il tempo della preghiera”. L’autore ha inoltre sottolineato come questo tema sia importante nella sua opera. “Tutti i miei romanzi trattano del desiderio degli abitanti della Turchia di abbracciare la propria storia, cultura, tradizione e religione” ha spiegato l’autore “ma c’è anche un desiderio, altrettanto forte, di essere globalizzati, occidentali e moderni. Sono due tendenze eternamente in contrasto tra loro, presenti nel cuore di ogni persona. I miei romanzi trattano di questo conflitto, un conflitto che può però essere controllato in maniera armoniosa”.

Fabio Ferrarese

12.04.2014