L'importanza delle biodiversità nella lotta contro la fame nel mondo

Si è svolta mercoledì 16 ottobre la conferenza "Per una terra che alimenta tutti, biodiversità e stili di vita". Il dibattito ha avuto come argomento principale la riduzione degli sprechi alimentari e le diversità genetiche.

Il 16 ottobre scorso, in occasione della Giornata mondiale per l’alimentazione, docenti e ricercatori di diversi ambiti disciplinari, oltre che autorevoli esperti del settore, si sono dati appuntamento in ateneo per parlare di biodiversità e riduzione degli sprechi alimentari e.

 Tra gli ospito Florence Egal, consulente Fao e medico, che come la carenza di cibo in alcuni Paesi sia imputabile al cambiamento dei sistemi alimentari che minaccia il mantenimento delle biodiversità locali. Egal ha quindi evidenziato l’importanza della biodiversità nella lotta contro la fame nel mondo sostenendo che “una corretta pianificazione territoriale permette di usufruire delle risorse naturali della zona in modo sostenibile per una alimentazione variegata e sana. Un approccio che tiene conto della biodiversità consentendo anche la creazione di posti di lavoro per le popolazioni autoctone”. “In alcuni Paesi – ha aggiunto Fabio Gorian, vice questore aggiunto del Corpo Forestale dello Stato – l’introduzione di specie non autoctone ha creato enormi danni all'ecosistema e distrutto le diversità biologiche tipiche del luogo, spesso in modo irreparabile. Per evitare questi danni al territorio, che hanno ripercussioni sull'uomo e sulla sua alimentazione, il corpo forestale dello Stato opera attraverso tre centri nazionali e 28 uffici territoriali che si occupano di biodiversità e della sua salvaguardia”.

 Importanti indicazioni su come intervenire per far fronte alle problematiche alla biodiversità sono rappresentate dalla ricerca nel settore della viticoltura. Ad affermarlo Giovanni Battista Tornielli, ricercatore di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree del dipartimento di Biotecnologie di ateneo. “Seppure quello della viticoltura sia un settore limitato, rispetto al tema dell’alimentazione in generale può diventare emblematico di quello che potrebbe succedere anche in altri settori dell’agricoltura in relazione a certe emergenze. Pensiamo ai cambiamenti climatici per cui non è scontato che possiamo continuare ad  utilizzare le stesse varietà di vite in zone che prima erano considerate vocate”.

Una conferenza multidisciplinare che ha analizzato il problema anche dal punto di vista economico. Secondo Francesco Pecci, docente di Economia ed estimo rurale del dipartimento di Scienze Economiche, nel nord del mondo c’è un grave problema di spreco delle calorie con un conseguente costo anche in termini monetari. Questo, insieme alla volatilità dei prezzi dei prodotti agricoli, sembra essere in netto contrasto con la questione della mancanza di cibo in alcuni paesi in particolare nell'Asia meridionale e nell'Africa sub-sahariana dove le categorie più colpite dal problema della fame sono i poveri, i lavoratori senza terra e le famiglie che hanno a capofamiglia una donna. “In linea teorica il cibo – sottolinea Pecci – ci sarebbe per tutti, a mancare sono le condizioni adatte affinchè tutti ne possano usufruire. Il problema della fame del mondo quindi, non è imputabile alla mancanza di superfici coltivabili, ma alla mancanza di accesso alle risorse necessarie per procurarselo. Inoltre una sorta di nuovo colonialismo si sta affacciando, il land grabbing, attraverso il quale i paesi del nord del mondo prendono in affitto o acquistano terreni nei paesi poveri, per coltivarli o destinarli al pascolo. Questa attività non porta alcun beneficio ai popoli autoctoni che non usufruiscono dei prodotti perché non rimangono nei paesi in cui vengono coltivate ma esportati nei paesi capitalisti”.