Appello alla società civile

Approvata all'unanimità una mozione dal Senato accademico

Nel giorno in cui l’Università di Verona sceglie il suo prossimo Rettore viene pubblicato dalla Crui un documento, deliberato nella seduta del 23 maggio indirizzato al Governo italiano, che rappresenta un grido d’allarme dell’Università, sottolineando ben 19 elementi di criticità che impediscono una almeno accettabile realizzazione delle funzioni proprie della Università stessa.

Il Senato Accademico dell’Università di Verona, nel prenderne atto,  ritiene doveroso condividerne le ragioni rivolgendosi  alla comunità, alle forze politiche e all’Amministrazione cittadina, provinciale e regionale, per denunciare la gravità, verosimilmente incompresa, della situazione.
Il Presidente del Consiglio recentemente ha dichiarato che non accetterà ulteriori decurtazioni ad istruzione e ricerca. Purtroppo a questa affermazione sfugge la continua, meno evidente, emorragia di risorse che si aggiunge ed aggrava la decurtazione del finanziamento statale pari all’11%. Essa consiste nell’incessante flusso di trasferimenti, di pagamenti imposti dal governo alle Università, quali le spese per arredi eccedenti il 10% della spesa pregressa, la limitazione al 20% della disponibilità finanziaria per il turnover, i vincoli al pagamento delle missioni, le limitazioni al diritto allo studio che inevitabilmente ricadono sui bilanci delle università, per non dire del blocco del finanziamento della edilizia universitaria o, addirittura, la richiesta del balzello dell’Imu. Non si può liquidare questa denuncia con un generico richiamo “a far tutti la propria parte” nel necessario contenimento della  spesa pubblica. Siamo di fronte ad una situazione di insostenibilità dei livelli minimi di funzionamento, che porteranno al défault già da quest’anno il 50 % delle università italiane e che, se non si interverrà con decisione, metteranno in breve tempo a rischio l’intero sistema.
Il problema è politico: si deve decidere quale debba essere il finanziamento dell’Università, se prevalentemente a carico dello stato o invece di chi usufruisce dei servizi. Il tema non è di facile soluzione, ma non si risolve ricorrendo al dimezzamento per decreto del fabbisogno degli atenei. E’ una decisione che spetta al parlamento, è una decisione che non può essere elusa.


Ma la  crisi dell’Università ha anche un’altra causa. E’ necessario riconoscere un diffuso atteggiamento di sottovalutazione,  se non di ostilità verso l’Università, che origina da una ben nota ed antica campagna di discredito della categoria stessa della popolazione universitaria. Nessuno  ha mai inteso misconoscere la necessità di introdurre radicali aggiornamenti e miglioramenti al sistema universitario nazionale. Tra questi è stata unanimemente riconosciuta la urgenza di introdurre meccanismi di valutazione, indispensabili per la credibilità e la competitività.
Segnaliamo, tuttavia, con grande preoccupazione,  come il concetto di “valutazione”, correttamente inserito  tra gli elementi guida del  progetto di riforma che ha poi dato vita al Dlgs 240/2010 ed ampiamente condiviso in linea di principio, si sia fino ad oggi tradotto nel ricorso a procedure di “valutazione ex ante”,  impropria imposizione di natura meramente burocratica che ben poco ha a che fare con la ricerca e il sostegno della qualità. L’Anvur, agenzia di valutazione, è diventata una agenzia di accreditamento, termine quest’ultimo che implica la imposizione di requisiti arbitrari e, ancora una volta, indiscriminati. E’ indispensabile investire fortemente e prevalentemente sulla “valutazione ex post”, sulla valutazione di risultato, unica possibilità di offrire alle iniziative e ai lavori migliori di proporsi e di realizzarsi, senza incorrere nel sistematico filtro in ingresso.  Questo è il formidabile limite di tutte le procedure di accreditamento, così come della inconcepibile preselezione imposta agli atenei per la presentazione di progetti di ricerca. Se è fondamentale l’autonomia gestionale, ancor più lo è quella culturale e scientifica, alla quale sentiamo il bisogno di formulare un appello per il recupero della  apertura ai liberi contributi di qualità, elementi fondanti dell’Università.  Siamo letteralmente schiacciati da una imperante e crescente logica burocratica che produce solo appiattimento.
Non vogliamo essere autoreferenziali, vogliamo la qualità. Ma non perdiamo il contatto con l’Europa, non perdiamo il contatto con la necessità di tenere il passo con la competizione globale, non perdiamo il passo della nostra storia che ha diffuso cultura, istruzione e ricerca in tutto il mondo per secoli.