Sergio Noto

Intervista a Sergio Noto, docente di Storia delle imprese e del commercio della facoltà di Economia.

A poco più di un anno dal suo inizio, la crisi economica sta entrando in una fase complessa e ci si domanda quanto profondo e quanto lungo sarà questo ciclo negativo. La crisi di oggi ha tuttavia grandi affinità con quelle che l'economia mondiale ha dovuto affrontare nel secolo scorso. Ne abbiamo parlato con Sergio Noto, docente di Storia delle imprese e del commercio della facoltà di Economia.

Professor Noto, c'è qualche analogia, sotto il profilo storico, tra le grandi crisi del secolo scorso e quella che stiamo vivendo?
In linea di massima le crisi sono sempre diverse. Tuttavia qualche analogia si può trovare. In primo luogo il rapporto sbilanciato tra il valore complessivo dei mezzi finanziari in circolazione e dei beni prodotti: nel ‘29, per una crisi molto più grave di quella di oggi, il rapporto era senz’altro migliore; oggi solo di «derivati», si stima ce ne siano in circolazione pari a 9 volte il Pil mondiale. Poi, ad esempio, la crisi del ‘29 in Italia fu aggravata da un pernicioso rapporto di dipendenza della grande industria dalle banche, che anche oggi permane. La carenza di regole che disciplinino le attività bancarie è sempre stata almeno una concausa delle crisi, tant’è che la crisi del ‘29 sfocia nelle legge di riforma bancaria del ‘36. Infine c’è il rischio sempre latente di risolvere le crisi, non aumentando la competitività, ma intervenendo con aiuti scriteriati (nel senso letterale del termine) o peggio «giocando» – come fanno oggi la Bce e la Federal Reserve – con i tassi di interesse.

Che cosa significa una crisi nell'era della globalizzazione?
Il concetto di crisi si lega alla globalizzazione, ma non significa ineluttabilmente che anche i saggi debbano pagare le conseguenze determinate dagli imprevidenti. Comportamenti analoghi generano conseguenze simili, ma sono sempre possibili anche comportamenti differenti. Il nostro sistema bancario ad esempio, almeno in parte, aveva una struttura patrimoniale e di spesa diversa dalla gran parte delle banche americane o inglesi e l’impatto della crisi è stato infatti inferiore. Ma sono stati fatti gravi errori e in genere nessuno di quanti hanno sbagliato ha poi pagato. Va anche detto che nell’era della globalizzazione c’è il fatto che le crisi possono essere una straordinaria possibilità di sviluppo, per chi sa afferrarle per il giusto verso, investendo e ristrutturando, ad esempio.

In atneeo avete organizzato un importante convegno su un filosofo economista "eretico" come Proudhon. Si può interpretare anche come una provocazione?
A dire il vero, in senso buono, la cultura è sempre «provocazione», in quanto confronto con il diverso e il nuovo. Proudhon ha avuto una vasta influenza sulle istituzioni e sulla politica dell’occidente europeo, ben oltre il socialismo e l’anarchismo. È stato certamente prima di tutto il cuneo ideologico «da sinistra» contro il comunismo, ma è stato fatto proprio, almeno in parte anche da altre ideologie, perfino dal socialismo della cattedra in Germania alla fine dell’800 e dal fascismo. Oggi per noi è soprattutto uno stimolo a capire nuovamente che i problemi dell’economia non sono solo questioni puramente tecniche, ma hanno bisogno di uno slancio ideale, qualsiasi esso sia, per essere risolti.