Anemia falciforme nei rifugiati

Pubblicato sulla rivista Blood uno studio dell’ateneo scaligero su come gestire il trattamento sanitario dei rifugiati che presentano la patologia

L’ anemia falciforme è una delle malattie monogeneiche più comuni al mondo, da sempre presente in alcune regioni d’Italia, ma la sua distribuzione globale è profondamente cambiata negli ultimi 20 anni a causa dei flussi migratori da aree in cui tale patologia è endemica, come le zone dell’Africa sub-sahariana, verso l’Europa e il Nord America.

Uno studio coordinato dall’ateneo scaligero, recentemente pubblicato sulla rivista Blood, ha messo a punto un progetto di screening per l’identificazione precoce di persone affette da anemia falciforme nei centri di seconda accoglienza per rifugiati, con l’obiettivo di garantire l’accesso all’assistenza sanitaria, sia nei pazienti in fase acuta, sia in fase cronica. Si tratta del primo studio di questo tipo condotto sui rifugiati, che normalmente non sono sottoposti a screening per verificare la presenza di anemia falciforme.

Alla ricerca, finanziata interamente dall’ateneo scaligero, coordinata da Lucia De Franceschi, docente nel dipartimento di Medicina dell’ateneo, diretto dal professor Oliviero Olivieri, hanno collaborato 14 partner, tra università, enti e centri, italiani e stranieri. Lo studio è stato reso possibile dalla presenza della rete nazionale dei centri per il trattamento delle emoglobinopatie afferenti alla Società italiana per lo studio delle talassemie ed emoglobinopatie (Site), che convergono in Eurobloodnet, rete europea per le malattie rare ematologiche.

“Il nostro lavoro ha permesso di evidenziare la necessità di introdurre lo screening per l’anemia falciforme nei rifugiati provenienti da aree del mondo endemiche per questa patologia, come le nazioni dell’Africa sub-sahariana”, spiega De Franceschi. “Infatti, questo approccio consente di identificare precocemente questi soggetti e di prevenirne l’accesso ricorrente ai dipartimenti di emergenza per complicanze acute, che possono spesso portare a gravi conseguenze se non precocemente identificate come manifestazioni cliniche dell’anemia falciforme. Si tratta spesso di persone giovani, donne in gravidanza, soggetti fragili. Parliamo di un tema scientifico, con forte rilevanza di politica sociale”.

Allo scopo di selezionare i soggetti candidati allo screening sono stati sviluppati due algoritmi uno per gli operatori sanitari dei centri di accoglienza possono seguire, quando si trovano a fronteggiare queste problematiche, e uno per i medici dei dipartimenti di emergenza per ottimizzare la gestione clinica delle complicanze acute, che richiedono un intervento particolarmente rapido.

“Riteniamo che il nostro studio fornisca dei dati molto importanti relativi ad una patologia spesso poco nota e la cui incidenza è sottostimata nella popolazione dei rifugiati”, prosegue De Franceschi. “Le coste italiane sono l’avamposto del Sud Europa di fronte ad una crisi umanitaria che ha portato alla mobilizzazione di persone da aree endemiche per l’anemia falciforme. Noi speriamo che i dati condivisi con la comunità scientifica internazionale possano aprire una discussione politica e sociale nazionale, europea ed internazionale sull’ accessibilità alle cure per i rifugiati per il trattamento sia degli eventi acuti che delle complicanze croniche. Infine, il nostro studio ha evidenziato come una coordinata rete di centri esperti di patologia possa sopperire ed affrontare quesiti ancora senza risposta”, conclude De Franceschi, “generando risultati che richiedono un’attenta riflessione a livello nazionale ed europeo considerando la fragilità della popolazione dei rifugiati e la necessità di sostenere i centri esperti di patologia che ne possono assicurare la cura e prevenire le più gravi complicanze, riducendo anche i costi per il trattamento di questi giovani pazienti”.

Nome e contatto cellulare per eventuali interviste e approfondimenti: Lucia De Franceschi 3487380096

DOI: 10.1182/blood-2018-09-876508