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Giorgio Gosetti, professore di Sociologia dei processi economici e del lavoro e delegato del rettore al Diritto allo Studio e alle politiche per gli studenti, commenta i dati emersi dal Rapporto annuale Istat.

L’uscita del Rapporto Istat costituisce sempre una valida occasione per riflettere, sul paese in generale e su alcuni aspetti in particolare. In questa occasione proveremo ad attraversare alcuni passaggi del Rapporto 2018, i dati e le argomentazioni proposte dell’Istituto nazionale di statistica, per individuare elementi utili a riflettere specificatamente sull’università e i percorsi di alta formazione.

Va innanzitutto sottolineato che la chiave di lettura del Rapporto Istat 2018 è quella delle “reti”, “nell’accezione più ampia”, intese come strutture “fatte di nodi e relazioni tra persone, tra persone e attori sociali (imprese, istituzioni, gruppi formali e informali) e tra attori sociali”. Come si dice espressamente fin dalle prime pagine, costituendo “l’esistenza stessa della società (…) quando sono presenti, le reti producono per lo più effetti positivi, soprattutto per chi ne fa parte; quando vengono a mancare, introducono disparità e diseguaglianze” (Istat, 2018, 15).

Se guardiamo all’ingresso al lavoro notiamo come l’intermediazione più diffusa sia proprio quella informale delle reti personali, composte da parenti, amici e conoscenti, che però diventa meno rilevante all’aumentare del livello di istruzione. In questo caso vediamo invece crescere il peso della consultazione degli annunci e delle autocandidature, ma anche l’utilizzo attivo di altri strumenti, quali la stampa o internet. In generale, quindi, “spicca una maggiore intraprendenza dei laureati” e notiamo che “le persone con livelli di istruzione più elevati, i più giovani e le donne ricorrono in maniera sistematicamente superiore ai canali formali” (Istat, 2018, 101). Come a dire che il titolo di studio elevato rafforza nella convinzione e nella capacità di intraprendere strade meno legate all’informalità dei rapporti interpersonali parentali e amicali. Anche l’università gioca un ruolo rilevante nel favorire l’inserimento nel mercato nel lavoro, ma questo vale soprattutto per i laureati in ingegneria (21,5%) e nelle materie del gruppo scientifico (19,2%), mentre risulta meno importante per i laureati provenienti da altri percorsi (ad esempio nel 2,8% dei casi per chi ha una laurea in ambito giuridico e nel 3,1% dei casi per coloro che hanno una laurea in ambito psicologico).

Attraverso l’impiego di una serie di indicatori il Rapporto ci dice anche che “le selezioni attraverso un concorso pubblico o la segnalazione dell’università portano a impieghi qualitativamente superiori rispetto a quelli ottenuti attraverso gli altri canali, garantendo inoltre al laureato di utilizzare le conoscenze acquisite nel suo percorso di studio, di svolgere con autonomia le proprie mansioni, fornendo maggiori possibilità di carriera e arricchimento professionale e, in generale, un miglior ritorno dell’investimento in istruzione. In questo modo, dispiega la sua efficacia la rete istituzionale che si esplica nell’attivazione di stage e tirocini e nei meccanismi di presentazione dei laureati migliori da parte delle università. Il meccanismo di selezione concorsuale o il tramite dell’università risulta, dunque, più adatto a far incontrare le necessità della domanda e dell’offerta qualificata” (Istat, 2018, 112).

Anche gli studenti laureati però fanno i conti con l’esperienza dell’overeducation, spesso evidenziata dalle indagini sul mercato del lavoro nel nostro paese: “Il 38,5 per cento dei diplomati e laureati di età compresa tra i 15 e i 34 anni (circa 1,5 milioni) dichiara che per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe sufficiente un livello di istruzione più basso rispetto a quello posseduto: quattro giovani diplomati e tre giovani laureati su dieci (il 41,2 e il 32,4 per cento, rispettivamente)” (Istat, 2018, 113). Un problema che va spiegato anche a partire da alcune caratteristiche strutturali del sistema italiano di produzione di beni e servizi, ancora fortemente caratterizzato, soprattutto in alcune aree del paese, da una carenza di posti di lavoro e dalla presenza di piccole imprese con un livello di innovazione non elevato e quindi poco in grado di dare spazio alle competenze elevate dei diplomati e laureati. Su questo fenomeno, per certi versi, incide anche un disallineamento fra percorsi di studio e caratteristiche del mercato del lavoro.

Va comunque ribadito che, sebbene i risultati dimostrino “quanto tra i giovani (…) sia ampia la percezione di una non adeguata corrispondenza tra il lavoro trovato e le proprie competenze”, dalle evidenze del Rapporto otteniamo conferma della “protezione che il titolo di studio più elevato offre e, soprattutto, [del fatto che] non impedisce che una collocazione pienamente adeguata possa essere raggiunta in tempi più lunghi” (Istat, 2018, 114). Analisi di carattere sociologico relative al mercato del lavoro hanno spesso evidenziato il valore “protettivo” del titolo di studio elevato. Un titolo di studio che oltre a fornire competenze (conoscenze e abilità legate al “saper fare” e al “sapere essere”), rafforza nella dimensione delle capacità di apprendimento, di orientamento, nel “saper agire” dentro un mercato e mondo del lavoro complesso e mutevole, dentro modelli organizzativi flessibili, polifunzionali, che richiedono attivazione.

Ma il valore protettivo del titolo di studio si estende anche oltre il mercato del lavoro: “nella media Ue, chi ha un titolo di studio elevato percepisce un sostegno forte quasi nel 40 per cento dei casi, mentre per chi è meno istruito la quota scende al 33,2 per cento” (Istat, 2018, 165). Il rischio di sentirsi isolati si riduce all’innalzarsi del livello di istruzione e, più in generale, “la percezione del sostegno sociale risulta molto legata al titolo di studio, all’età, al territorio, allo stato di salute psicologico e alla struttura familiare. Per le persone più fragili (anziani in cattive condizioni di salute e con perdita di autonomia) la rete di sostegno sociale fa fronte all’invecchiamento della popolazione. La sua configurazione, se definita e consolidata nel corso della vita di una persona, non viene meno nell’età più avanzata” (Istat, 2018, 169).

Ritornando al mercato del lavoro e guardando al lavoro indipendente, sebbene la netta suddivisione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo sia più difficile da tracciare rispetto a un tempo (a seguito dei mutamenti in atto nelle figure professionali che – come dice anche Rapporto – andrebbero ordinate lungo un continuum che va dall’autonomia massima dell’imprenditore e del libero professionista a quella minima del collaboratore con un solo cliente o committente), possiamo rilevare che “nel complesso gli indipendenti che si avvalgono di una rete sono più istruiti. Hanno più spesso la laurea o titoli superiori rispetto ai colleghi isolati: tra gli autonomi che hanno al massimo la licenza media sei su dieci lavorano da soli (rispetto al 46,6 per cento dei laureati); di contro tra gli autonomi laureati il 44,7 per cento lavora in rete e l’8,7 condivide il lavoro esclusivamente con soci. Inoltre tra i laureati, specie senza dipendenti, sono più diffuse tutte le forme di condivisione in rete. (…) La migliore dotazione di capitale umano, di cui il titolo di studio è la principale connotazione, favorisce la costruzione di una governance più complessa dell’attività imprenditoriale” (Istat, 2018, 118).

Il Rapporto ci porta quindi molti elementi di conferma a quanto la letteratura scientifica ha evidenziato negli anni, ossia che esiste una stretta relazione fra capitale sociale e capitale umano, e che le due forme di capitale tendono a rafforzarsi vicendevolmente: “le reti sociali, individuali e collettive, specie sotto alcune specifiche condizioni, [forniscono] un contributo notevole al conseguimento di vantaggi di natura economica e simbolica”. Non tutti i soggetti però hanno “la stessa capacità di accesso alle reti e di conseguenza al capitale sociale che queste sono in grado di generare. Ciò contribuisce a creare posizioni di svantaggio di diversa natura (genere, età, estrazione sociale, istruzione, territorio, per citare i principali) e a connotare come più isolati proprio alcuni ambiti del mercato del lavoro già fragili: più giovani, il Mezzogiorno, i collaboratori e gli stranieri” (Istat, 2018, 121).

L’Italia è un paese che presenta ancora livelli significativi di stratificazione sociale che hanno un diretto riflesso sulla mobilità sociale. Anche in questo caso il Rapporto ci aiuta nel trovare alcune chiavi interpretative. Infatti, ci dice che “il livello professionale dei genitori, il loro titolo di studio e il titolo di godimento dell’abitazione [risultano] correlati significativamente con il reddito dei figli a distanza di anni. Il tipo di dote disponibile mette in evidenza una convergenza con la riuscita sociale: una dote elevata concorre a sostenere il prolungamento degli studi e tiene bassa la quota di non occupati”. Se per valutare la riuscita sociale utilizziamo indicatori quali il titolo di studio più alto conseguito, l’ultima condizione occupazionale, la posizione nella professione raggiunta e l’appartenenza a un determinato gruppo sociale, notiamo che “l’effetto più evidente si riscontra nel livello di istruzione raggiunto, maggiore per chi ha un retroterra familiare più strutturato (il 26,5 per cento di coloro che hanno una dote familiare alta conseguono un titolo di studio universitario, dieci punti in più rispetto a chi ha una dote familiare bassa), ma risulta evidente anche per la posizione lavorativa (il 29,2 per cento raggiunge una posizione alta, nella quale sono inclusi coloro che ricoprono il ruolo di dirigenti, quadri, imprenditori e professionisti)” (Istat, 2018, 124). A una dote alta, inoltre, si associa spesso la maggiore presenza di amici e parenti, e quindi una rete di sostegno più solida e strutturata.

Anche la partecipazione sociale risulta legata al titolo di studio. Infatti se guardiamo alle attività di volontariato “l’analisi per gruppi sociali mette bene in evidenza come il contesto familiare influisca sui livelli di partecipazione. La quota di volontari è massima nei gruppi con reddito medio alto e titoli di studio elevati, cioè tra gli appartenenti alla classe dirigente (23,5 per cento), seguiti da quelli delle famiglie di impiegati e delle pensioni d’argento (rispettivamente il 18,8 e il 18,1 per cento). Gli altri gruppi sociali hanno livelli di partecipazione decrescenti fino ad arrivare alle persone appartenenti alle famiglie a basso reddito con stranieri, per le quali il tasso di partecipazione è del 4,3 per cento, quasi nove punti percentuali sotto la media” (Istat, 2018, 228-9).

La rete è quindi la chiave di lettura del Rapporto Istat 2018. La rete informale che aiuta ad accedere al mercato del lavoro, a disporre di una protezione sociale più solida e strutturata. La struttura a rete, come viene ricordato nella prima parte del Rapporto, sta ridisegnando la configurazione dei sistemi di produzione dei beni e servizi: “la rete delle relazioni tra i settori economici costituisce un’importante infrastruttura per la diffusione dell’efficienza all’interno di un sistema produttivo. L’estensione e la densità della rete e il grado di connessione fra i comparti condizionano, infatti, il percorso e la velocità con cui la trasmissione di tecnologie e know-how si propaga nel sistema economico” (Istat, 2018, 47). E anche l’università non si sottrae a questa tendenza alla configurazione reticolare, tendenza che per certi versi sta proprio segnando la differenza fra Atenei più dinamici e meno. L’appartenenza alle reti diventa quindi un carattere distintivo che disegna un modo di stare dentro le varie missioni dell’università; didattica, ricerca e terza missione. Anche in questo caso il Rapporto Istat 2018 ci aiuta a codificare questo concetto: “il sistema dell’istruzione terziaria è virtualmente strutturato a rete in conseguenza della sua necessaria apertura allo scambio e alla diffusione di conoscenze, nonché, sebbene in misura minore, alla circolazione di risorse umane. In realtà, il sistema delle università è una rete delle reti, considerando anche i diversi legami che mettono in connessione gruppi di istituti, a livello nazionale o internazionale, gruppi di studiosi, e anche comunità studentesche” (Istat, 2018, 267). Prendere atto di questo, implica dotarsi di sistemi di governance multilivello, policentrici, capaci di dare valore ai nodi delle reti, di lavorare sulle connessioni e sulle transazioni, di dosare le logiche competitive per non perdere il valore della cooperazione.

Giorgio Gosetti

05/07/2018