La ricerca, coordinata da un team di ateneo e finanziata da Fondazione Telethon apre nuove prospettive terapeutiche

Pubblicato sulla rivista internazionale “Blood” un nuovo studio curato dall’università di Verona dedicato alla Corea-acantocitosi, malattia neurodegenerativa progressiva ereditaria che colpisce i giovani adulti intorno ai 35 anni con effetto gravemente invalidante. Il risultato raggiunto da questo lavoro scientifico si inserisce in un progetto finanziato da Fondazione Telethon che ha permesso di aprire nuovi orizzonti di ricerca e terapia in questa malattia.

Il gruppo di ricerca. Il lavoro, iniziato nel 2011, è stato coordinato da Lucia De Franceschi, docente di Medicina interna di ateneo, con il contributo di Alessandro Mattè, assegnista di ricerca, e di Francesca Lupo, dottoranda. La ricerca è il risultato di un’intensa attività collaborativa di ricerca tra diversi team dell’università di Verona che ha coinvolto anche il dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento con il docente Carlo Zancanaro della sezione di Anatomia e Mita Bertoldi per la sezione di Biochimica. L’attività realizzata all’interno del Lurm, Laboratorio universitario di ricerca medica, è stata sviluppata in un contesto di rete internazionale con la collaborazione di studiosi di Dresda e della Mont Sinai Medical School di New York, con il supporto dell’Associazione internazionale dei pazienti con neuroacantocitosi.

Lo studio. Un marker biologico della Corea-acantocitosi è la presenza in circolo degli acantociti, globuli rossi con morfologia anomala, spiculati che ricordano la foglia di acanto. La ricerca ha evidenziato per la prima volta una relazione tra queste anomalie cellulari e l’autofagia, ovvero il meccanismo cellulare di rimozione selettiva di componenti citoplasmatici danneggiati. “La coreina – spiega De Franceschi – è la proteina prodotta da uno specifico gene che è interessato dal difetto genetico. La funzione della coreina è ancora ignota ma la sua deficienza-anomalia porta alla formazione degli acantociti e lo sviluppo di neurodegenerazione dei nuclei della base. Utilizzando vari approcci metodologi e grazie alla donazione di materiale biologico da parte dei soggetti affetti, è stato possibile dimostrare che l’accumulo di proteine come Lyn o specifiche della via autofagica si traduce in minore capacità delle cellule eritroidi di completare in modo efficace la maturazione e differenziamento cellulare attraverso l’autofagia, con accumulo di proteine tossiche nel globulo rosso utilizzato come modello cellulare anche per altri sistemi cellulari come i neuroni”.

Il processo dell’autofagia è cruciale nella vita cellulare, come sottolineato anche dal vincitore del premio Nobel 2016 per la medicina Yoshinori Ohsumi, scopritore dell’autofagia. La ricerca dell'università di Verona apre nuove prospettive di studio con sviluppi possibili anche in ambito terapeutico. “Le prospettive future  – conclude De Franceschi – vedono l’impiego del topo mutato per questa malattia, sviluppato nell’ambito del progetto Telethon in cui valutare l’efficacia di uno schema politerapeutico con molecole che attivano la via autofagica in combinazione con inibitori di Lyn che ne riducano l’azione “tossica” sul signaling cellulare. Questi studi pre-clinici consentiranno di aprirsi in una fase successiva al disegno di trial clinici in questa malattia”.

12.12.2016